Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Sono bravo, sono bello… mi trasformo in un monello!



Non lo so dove siamo finiti, davvero non lo so più.

Che l’insulto sia diventato il mestiere comune a tutti è un dato di fatto, ma fin dove possa – ancora – spingersi non è dato saperlo. Forse non esiste un limite per questa pratica scorretta, perché non è possibile che ogni giorno si esageri sempre di più (ma dove volete arrivare? Cosa volete dimostrare?).

Questa volta l’insulto è stato indirizzato nei riguardi di due popoli: i ciociari e, manco a dirlo, i napoletani.

Nel primo caso a scivolare sulla buccia della banana è stato il Consigliere piddino del comune di Pontedera, Floriano Della Bella, che si è lasciato andare in considerazioni un po’ troppo sconsiderate nei confronti del Presidente del Consiglio definendola “ciociara”, conferendo a tale epiteto il senso più “spregiativo” del termine.

Ho due domande. Non ho mai compreso perché si usi il termine “ciociaro” o “ciociara” per insultare una persona, quasi a voler classificare un individuo come rozzo, ignorante, volgare, poveraccio, accattone. Forse perché in passato, nella bellissima terra della Ciociaria, le calzature utilizzate dalla gran parte del popolo (contadini, pastori, montanari) erano le ciocie, ovvero delle scarpe realizzate con del cuoio e con dei pezzi di lana che avvolgevano polpacci e caviglie (come ci spiega Giuseppe Di Piazza nel suo articolo sul Corriere della Sera).

Questa cosa delle ciocie in verità l’ho scoperta solo dopo aver concluso la lettura del libro di Marina Zucchelli, Latte (ed. Rizzoli 2026), in cui narra una storia di donne, di amore, di persone umili e generose, ambientata nella Ciociaria e, nel descrivere i personaggi che popolano questa parte di terra laziale, l’autrice si serve proprio delle ciocie. Ne vien fuori un’immagine talmente bella che nel corso della descrizione io immaginavo queste calzature come delle pianelle che trasmettono una sensazione di comodità, tepore, morbidezza, calore, focolare domestico. Per farla breve, da questo tipo di calzatura sono riuscita a risalire alla denominazione di “Ciociaria” e perché i suoi abitanti vengono chiamati ciociari (sono ignorante, lo riconosco, i libri servono a questo per trasmetterci conoscenza e per tanto altro). Dunque, una bellissima tradizione che si trasmette dai tempi andati e che reca con sé valori, cultura, espressioni, identità di un popolo.

Seconda domanda (più che una domanda, un’osservazione). Qui i faziosi storceranno il naso, e mi daranno della fascista perché sto per dare una mia personalissima considerazione sulla vicenda che una parte della massa interpreterà come “a favore di”.

Premesso che non faccio favori a nessuno, men che meno quando si tratta di politica e politici, quello che sto per dire esula da considerazioni di partito e di ideologie e si basa su un’analisi che ha a che vedere solo con l’etica, la logica e la buona educazione.

Ho trovato poco coerente l’azione (insulto) posta in essere dal Consigliere comunale Della Bella il quale, sposato ad un partito che fonda le sue basi su valori come l’uguaglianza, il rispetto, la libertà, la condivisione, la non violenza, la solidarietà, l’accoglienza, il garantismo ecc., si trovi poi ad assumere un atteggiamento totalmente contraddittorio, avulso, estraneo, scorretto e poco aderente rispetto a quanto proclamato dalla sua squadra, e questo indipendentemente se al centro della discussione vi sia il Presidente del Consiglio o un’altra persona.

Ora soffermiamoci su quest’ultima parola (persona) e facciamo un esercizio mettendo da parte (per una volta) antipatie e simpatie, che è il seguente: spogliamo il soggetto che abbiamo di fronte del suo ruolo e della sua carica. Quello che rimane è una persona, in altre parole un essere umano che ha dei sentimenti e che prova delle emozioni. Un essere umano che, nel caso in questione, è una Donna, una Madre, una Figlia, una Nipote, una Sorella, e che in passato è stata anche un’ex Compagna di.

Per amor di Dio, capisco il punto di vista del Consigliere che, abbracciando una scuola di pensiero diversa da quella del Primo Ministro, debba come si dice in gergo “fare opposizione”. È logico, no? Fa parte del gioco. Adesso calmi che arrivo al punto.

Ci sono A e B. A e B non pensano uguale di un determinato argomento perché hanno punti di vista differenti (cosa normalissima), e quindi si battono per far valere le proprie ragioni.

Facciamo una similitudine prendendo ad esempio il calcio. Inter – Milan (No, facciamo Roma – Lazio che è più bello). Le due squadre devono gareggiare per riuscire a vincere, ok? E quindi scendono in campo. Dal momento in cui fanno ingresso sul terreno in cui si disputerà la partita sino alla conclusione manterranno una condotta che sia confacente alle regole del gioco ma, soprattutto, etica. Tradotto: rispetteranno l’avversario (quindi stringeranno la mano, presteranno attenzione a non commettere falli, offese o danni all’altro giocatore e, al termine, si congratuleranno con la squadra vittoriosa dandosi, che so, abbracci e pacche sulle spalle).

Lo scopo di ambedue le squadre è lo stesso (la vittoria), ma per conseguire il risultato finale la regola (fon-da-men-ta-le!) dello sport esige il rispetto e la correttezza nei confronti dell’avversario per tutta la durata della partita.

Mi darete dell’ingenua, lo so, e questo perché in politica non si è mai visto fare una cosa del genere (gli interessi in gioco sono ben altri e ben più importanti), credo comunque che sia doveroso dare sempre il buon esempio, affinché chi ci segue o ci guarda dall’altra parte faccia la stessa cosa e lo reiteri nei confronti del suo vicinato. È così che cresce una buona società, forte, generosa e in salute.

Passiamo ora all’altro insulto che ha per protagonista il popolo partenopeo. Pure qua il discorso non cambia.

Il sindaco della frazione di un territorio francese emana un’ordinanza dove vieta ai cittadini di stendere il bucato o lasciare qualsiasi altro oggetto sul balcone, finestre, comignoli, terrazzi, verande, nonché facciate degli immobili al fine di preservare il decoro della cittadina di Thizy les Bourgs, e offrire un’immagine “di pulizia e prestigio” del comune suddetto perché, aggiunge su un post di Facebook, “No, non siamo a Napoli”.

Ecco…!

Allora, qua la faccenda per la sottoscritta diventa un tantino complicata perché mi sento chiamata in causa, e quando uno si sente “toccato” è difficile eseguire un’analisi del tutto neutrale e imparziale senza farsi ghermire dall’emotività, ma ci devo provare.

Soprassediamo sul fatto che sulla città di Napoli e sui napoletani esistono ancora molti pregiudizi (come da dimostrazione concessaci, anche qui senza tanto garbo e gentilezza, da questo Sindaco), al pari di quanto accaduto con l’episodio del Consigliere Della Bella ho alcune domande da porre.

Leggo in quest’articolo “Per il Comune la presenza di bucato e oggetti sulle facciate comprometterebbe ‘pulizia e immagine degli immobili’ “.

Da quando le persone che fanno il bucato sono individui che prestano poca attenzione all’igiene? Cosa vuol dire che compromettono l’immagine degli immobili? Come fa un panno lavato, sbiancato, lucidato, risciacquato (e profumato!), senza alcun segno sul tessuto a rendere indecorosa la facciata di un immobile? Saranno forse le mutande esposte al sole a scandalizzare questo Sindaco?

Mi sono soffermata molto a pensare in che maniera un panno steso ad asciugare possa rendere “indecorosa” l’immagine di un edificio. Dapprincipio ho pensato al disordine, e cioè che se ogni cittadino stende fuori ad asciugare un lenzuolo, un asciugamano o una federa offre l’immagine di un comune “disordinato” (come se tutti lasciassero le proprie cose in mezzo alla strada toh, invece di tenerle riposte nei cassetti e negli armadi); tuttavia non è al disordine a cui fa riferimento questo Sindaco francese, ma – cito sue testuali parole – alla ‘pulizia’. Torno a ripetere: il ragionamento deve per forza collegarsi a qualcosa che restituisca l’idea di sporco, macchiato, sciupato, eroso, consumato. Tutti aggettivi che non hanno nulla a che vedere con la pulizia.

Sempre seguendo il ragionamento di Rémi Berthoux, Primo Cittadino del comune di Thizy les Bourgs, se nulla deve essere esposto sui balconi, parapetti, finestre o altre pertinenze degli edifici perché altrimenti si deturpa il decoro della città (ma allora i vasi, delle coloratissime piantine, un bel bonsai, un tavolino con delle sedie carinissime che colpa hanno?) dunque dovranno essere banditi anche luci, addobbi e festoni natalizi nel periodo di Natale (prendo consapevolezza solo ora che siamo tutti dei cafoni, anzi degli sporchi cafoni, sotto le feste della natività di Cristo nostro Signore), le tende che ci riparano dal calore e fanno ombra per via della luce del sole d’estate, così come pure il fiocco rosa e il fiocco celeste appeso sui portoni e sui cancelli che ci annuncia di una nuova vita, o ancora il drappo funebre esposto fuori alle abitazioni in caso di decesso e (peggio me sento!) la famosa lavatrice che mi tengo sul balcone per fare il famigerato bucato assassino.

Praticamente dovrei ritrovarmi con una città (se vogliamo metterla su questo piano) sì ‘pulita’, ma altrettanto spenta e vuota, che offre un’immagine di austerità, capitalista e di alienazione.

Sindaco, sto facendo un grande sforzo per capire il suo punto di vista ma permetta che le dica il mio pensiero: non ci trovo niente di male in un bucato steso ad asciugare. Non dà fastidio a nessuno, non reca danno a nessuno e non lo trovo né indecoroso e né disordinato.

Quei panni svolazzanti, quelle corde, quei colori (che, pensi un po’, sono le prime cose che vado cercando quando mi reco a Napoli), quel caos – se proprio vuol saperlo – è un idioma, una forma di comunicazione, di dialogo, di espressione, un’unione, un modo di essere di un popolo che ne connota l’essenza e l’identità. È il passaporto (ma anche passa-parola), il documento di riconoscimento dove sono riportate tutte le informazioni e le caratteristiche del proprietario.

Basta osservarli per comprendere l’anima della città. Generalmente sono appesi su delle corde che collegano un’abitazione ad un’altra, ciò significa che bisogna immaginare le strade di Napoli come dei pianerottoli di un grosso condominio che raccolgono due, tre, quattro appartamenti. Ora questi appartamenti non hanno porte, sono come delle stanze aperte a tutti dove ognuno entra ed esce come gli pare, quasi come se la casa del vicino fosse un prolungamento della propria casa e il pianerottolo è il corridoio. Qualcuno potrebbe domandarsi: e la privacy dove sta? Qui sta il bello. Tutti sanno tutto di tutti, non esistono maschere, non ci sono menzogne. Non puoi nascondere se stai bene o male, se sei triste o allegro: è impossibile. Accogliere, essere aperti a tutto e a tutti è un’indole, una predisposizione d’animo naturale che è ontologica alla città partenopea, ne diventa filosofia.



I panni sono il pretesto per dialogare. La corda che li sostiene è il filo del telefono a rete fissa che serve a comunicare con l’altra parte, il mezzo indispensabile dove far correre le notizie (da qui il passa-parola). Sostiene il bucato e sostiene l’altro con una chiacchiera, un pettegolezzo, una parola gentile.¹

Ogni popolo ha una tradizione, una propria cultura, una storia che ne plasma l’identità. Ritengo che prima di parlare (anzi, prima di insultare e gettare fango) occorra documentarsi e studiare.

Questa volta è toccato al Consigliere Floriano Della Bella e al Sindaco Rémi Berthoux, ma la lezione vale per tutti.

E a proposito di educazione, se qualcuno ancora non lo avesse capito, vi posto un’immagine che è il chiaro Esempio del Decoro, della Civiltà, del Rispetto e, dulcis in fundo, della Buona Educazione.




20.10.2026




¹ «Vorrei spezzare una lancia a favore di un’usanza che spesso viene criticata. A Napoli ci sono le corde tese da palazzo a palazzo per stendere i panni, e su queste corde le notizie corrono e si diffondono. E in effetti, se ci pensi bene, per stendere una corda tra il terzo piano di un palazzo e il terzo piano di un altro palazzo è necessario che le signore inquiline dei suddetti appartamenti si siano parlate, si siano messe d’accordo: “Signo’, adesso facciamo una bella cosa, mettiamo una corda fra noi e voi, così ci appendiamo il bucato tutt’e due. Voi il bucato quando lo fate? Il martedì? Brava, allora vuol dire che noi lo faremo il giovedì, che così non ci possiamo tozzare. È nato il colloquio ed è nato l’amore» (cit. da Chi non muore si rivede di Paola e Luciano De Crescenzo, ed. Mondadori 2026).

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni