La settimana scorsa una mia amica sul suo stato whatsapp ha messo queste immagini. Vorrei specificare che ogni immagine è stata postata poco per volta e in successione, il collage è opera mia.
Sì, lo ammetto: le ho rubato le immagini, ma è stato un furto a fin di bene.
Queste immagini – e il senso di queste immagini – mi sono piaciute tantissimo. Forse sarà perché stiamo attraversando un periodo molto buio. Forse perché mi lascio coinvolgere da tutto ciò che mi circonda e finisco con l’essere divorata anch’io dal malessere generale (che s’aggiunge al malessere personale). Forse è perché sto cercando un equilibrio che vacilla di giorno in giorno e mi costringe a mettere in discussione sempre tutto (le cose, le persone, le azioni, i pensieri, i concetti, le parole, i significati, le interpretazioni); fatto sta che tutto questo Disordine non sta giovando a nessuno. A trarne beneficio sono sempre i soliti (e non mi riferisco solo ai politici, sarebbe troppo facile).
Sono stanca di guardare l’altro con sospetto. Sono stanca di soppesarlo e di reputarlo come mio nemico invece che mio amico. C’è un clima di odio che terrorizza, fa davvero paura.
E quel che è peggio è che mi sento come uno dei personaggi dei libri che si ritrovano a vivere la peggior s(S)toria. Non mi piace essere il personaggio dell’Autore peggiore al mondo. Non voglio precipitare e vivere in una realtà distopica.
Non so se vi state rendendo conto di quello che sta accadendo ma ci state costringendo ad atti disumani, a lotte armate che non hanno nulla a che vedere con la Libertà, con i Valori, con la Dignità e con la Fratellanza.
Ci state togliendo la Serenità e la Pace.
Desidero lanciare un monito a tutti, a TUTTI: ritrovate la lucidità e ricominciate a ragionare con la vostra testa, non con quella degli altri. Ripristinate il legame tra cervello e cuore. Devono viaggiare di pari passo e non scollegati l’uno dall’altro. L’eccesso da una parte genera eccesso dall’altra parte, e non conduce a nessuna conclusione se non al Disastro.
È tempo di mettere da parte la propria agiatezza, la propria fama e il proprio potere a discapito degli altri. Che i primi ad ascoltare e farsi un esame di coscienza siano quelli che intimano agli altri di ascoltare.
Rieduchiamoci al Rispetto dell’Altro, e al rispetto dell’impegno e del duro lavoro che hanno messo i Nostri Padri Costituenti affidandoci la Carta più bella del mondo.
27.10.2026
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 27/10/26
Non lo so dove siamo finiti, davvero non lo so più.
Che l’insulto sia diventato il mestiere comune a tutti è un dato di fatto, ma fin dove possa – ancora – spingersi non è dato saperlo. Forse non esiste un limite per questa pratica scorretta, perché non è possibile che ogni giorno si esageri sempre di più (ma dove volete arrivare? Cosa volete dimostrare?).
Questa volta l’insulto è stato indirizzato nei riguardi di due popoli: i ciociari e, manco a dirlo, i napoletani.
Nel primo caso a scivolare sulla buccia della banana è stato il Consigliere piddino del comune di Pontedera, Floriano Della Bella, che si è lasciato andare in considerazioni un po’ troppo sconsiderate nei confronti del Presidente del Consiglio definendola “ciociara”, conferendo a tale epiteto il senso più “spregiativo” del termine.
Ho due domande. Non ho mai compreso perché si usi il termine “ciociaro” o “ciociara” per insultare una persona, quasi a voler classificare un individuo come rozzo, ignorante, volgare, poveraccio, accattone. Forse perché in passato, nella bellissima terra della Ciociaria, le calzature utilizzate dalla gran parte del popolo (contadini, pastori, montanari) erano le ciocie, ovvero delle scarpe realizzate con del cuoio e con dei pezzi di lana che avvolgevano polpacci e caviglie (come ci spiega Giuseppe Di Piazza nel suo articolo sul Corriere della Sera).
Questa cosa delle ciocie in verità l’ho scoperta solo dopo aver concluso la lettura del libro di Marina Zucchelli, Latte (ed. Rizzoli 2026), in cui narra una storia di donne, di amore, di persone umili e generose, ambientata nella Ciociaria e, nel descrivere i personaggi che popolano questa parte di terra laziale, l’autrice si serve proprio delle ciocie. Ne vien fuori un’immagine talmente bella che nel corso della descrizione io immaginavo queste calzature come delle pianelle che trasmettono una sensazione di comodità, tepore, morbidezza, calore, focolare domestico. Per farla breve, da questo tipo di calzatura sono riuscita a risalire alla denominazione di “Ciociaria” e perché i suoi abitanti vengono chiamati ciociari (sono ignorante, lo riconosco, i libri servono a questo per trasmetterci conoscenza e per tanto altro). Dunque, una bellissima tradizione che si trasmette dai tempi andati e che reca con sé valori, cultura, espressioni, identità di un popolo.
Seconda domanda (più che una domanda, un’osservazione). Qui i faziosi storceranno il naso, e mi daranno della fascista perché sto per dare una mia personalissima considerazione sulla vicenda che una parte della massa interpreterà come “a favore di”.
Premesso che non faccio favori a nessuno, men che meno quando si tratta di politica e politici, quello che sto per dire esula da considerazioni di partito e di ideologie e si basa su un’analisi che ha a che vedere solo con l’etica, la logica e la buona educazione.
Ho trovato poco coerente l’azione (insulto) posta in essere dal Consigliere comunale Della Bella il quale, sposato ad un partito che fonda le sue basi su valori come l’uguaglianza, il rispetto, la libertà, la condivisione, la non violenza, la solidarietà, l’accoglienza, il garantismo ecc., si trovi poi ad assumere un atteggiamento totalmente contraddittorio, avulso, estraneo, scorretto e poco aderente rispetto a quanto proclamato dalla sua squadra, e questo indipendentemente se al centro della discussione vi sia il Presidente del Consiglio o un’altra persona.
Ora soffermiamoci su quest’ultima parola (persona) e facciamo un esercizio mettendo da parte (per una volta) antipatie e simpatie, che è il seguente: spogliamo il soggetto che abbiamo di fronte del suo ruolo e della sua carica. Quello che rimane è una persona, in altre parole un essere umano che ha dei sentimenti e che prova delle emozioni. Un essere umano che, nel caso in questione, è una Donna, una Madre, una Figlia, una Nipote, una Sorella, e che in passato è stata anche un’ex Compagna di.
Per amor di Dio, capisco il punto di vista del Consigliere che, abbracciando una scuola di pensiero diversa da quella del Primo Ministro, debba come si dice in gergo “fare opposizione”. È logico, no? Fa parte del gioco. Adesso calmi che arrivo al punto.
Ci sono A e B. A e B non pensano uguale di un determinato argomento perché hanno punti di vista differenti (cosa normalissima), e quindi si battono per far valere le proprie ragioni.
Facciamo una similitudine prendendo ad esempio il calcio. Inter – Milan (No, facciamo Roma – Lazio che è più bello). Le due squadre devono gareggiare per riuscire a vincere, ok? E quindi scendono in campo. Dal momento in cui fanno ingresso sul terreno in cui si disputerà la partita sino alla conclusione manterranno una condotta che sia confacente alle regole del gioco ma, soprattutto, etica. Tradotto: rispetteranno l’avversario (quindi stringeranno la mano, presteranno attenzione a non commettere falli, offese o danni all’altro giocatore e, al termine, si congratuleranno con la squadra vittoriosa dandosi, che so, abbracci e pacche sulle spalle).
Lo scopo di ambedue le squadre è lo stesso (la vittoria), ma per conseguire il risultato finale la regola (fon-da-men-ta-le!) dello sport esige il rispetto e la correttezza nei confronti dell’avversario per tutta la durata della partita.
Mi darete dell’ingenua, lo so, e questo perché in politica non si è mai visto fare una cosa del genere (gli interessi in gioco sono ben altri e ben più importanti), credo comunque che sia doveroso dare sempre il buon esempio, affinché chi ci segue o ci guarda dall’altra parte faccia la stessa cosa e lo reiteri nei confronti del suo vicinato. È così che cresce una buona società, forte, generosa e in salute.
Passiamo ora all’altro insulto che ha per protagonista il popolo partenopeo. Pure qua il discorso non cambia.
Il sindaco della frazione di un territorio francese emana un’ordinanza dove vieta ai cittadini di stendere il bucato o lasciare qualsiasi altro oggetto sul balcone, finestre, comignoli, terrazzi, verande, nonché facciate degli immobili al fine di preservare il decoro della cittadina di Thizy les Bourgs, e offrire un’immagine “di pulizia e prestigio” del comune suddetto perché, aggiunge su un post di Facebook, “No, non siamo a Napoli”.
Ecco…!
Allora, qua la faccenda per la sottoscritta diventa un tantino complicata perché mi sento chiamata in causa, e quando uno si sente “toccato” è difficile eseguire un’analisi del tutto neutrale e imparziale senza farsi ghermire dall’emotività, ma ci devo provare.
Soprassediamo sul fatto che sulla città di Napoli e sui napoletani esistono ancora molti pregiudizi (come da dimostrazione concessaci, anche qui senza tanto garbo e gentilezza, da questo Sindaco), al pari di quanto accaduto con l’episodio del Consigliere Della Bella ho alcune domande da porre.
Leggo in quest’articolo“Per il Comune la presenza di bucato e oggetti sulle facciate comprometterebbe ‘pulizia e immagine degli immobili’ “.
Da quando le persone che fanno il bucato sono individui che prestano poca attenzione all’igiene? Cosa vuol dire che compromettono l’immagine degli immobili? Come fa un panno lavato, sbiancato, lucidato, risciacquato (e profumato!), senza alcun segno sul tessuto a rendere indecorosa la facciata di un immobile? Saranno forse le mutande esposte al sole a scandalizzare questo Sindaco?
Mi sono soffermata molto a pensare in che maniera un panno steso ad asciugare possa rendere “indecorosa” l’immagine di un edificio. Dapprincipio ho pensato al disordine, e cioè che se ogni cittadino stende fuori ad asciugare un lenzuolo, un asciugamano o una federa offre l’immagine di un comune “disordinato” (come se tutti lasciassero le proprie cose in mezzo alla strada toh, invece di tenerle riposte nei cassetti e negli armadi); tuttavia non è al disordine a cui fa riferimento questo Sindaco francese, ma – cito sue testuali parole – alla ‘pulizia’. Torno a ripetere: il ragionamento deve per forza collegarsi a qualcosa che restituisca l’idea di sporco, macchiato, sciupato, eroso, consumato. Tutti aggettivi che non hanno nulla a che vedere con la pulizia.
Sempre seguendo il ragionamento di Rémi Berthoux, Primo Cittadino del comune di Thizy les Bourgs, se nulla deve essere esposto sui balconi, parapetti, finestre o altre pertinenze degli edifici perché altrimenti si deturpa il decoro della città (ma allora i vasi, delle coloratissime piantine, un bel bonsai, un tavolino con delle sedie carinissime che colpa hanno?) dunque dovranno essere banditi anche luci, addobbi e festoni natalizi nel periodo di Natale (prendo consapevolezza solo ora che siamo tutti dei cafoni, anzi degli sporchi cafoni, sotto le feste della natività di Cristo nostro Signore), le tende che ci riparano dal calore e fanno ombra per via della luce del sole d’estate, così come pure il fiocco rosa e il fiocco celeste appeso sui portoni e sui cancelli che ci annuncia di una nuova vita, o ancora il drappo funebre esposto fuori alle abitazioni in caso di decesso e (peggio me sento!) la famosa lavatrice che mi tengo sul balcone per fare il famigerato bucato assassino.
Praticamente dovrei ritrovarmi con una città (se vogliamo metterla su questo piano) sì ‘pulita’, ma altrettanto spenta e vuota, che offre un’immagine di austerità, capitalista e di alienazione.
Sindaco, sto facendo un grande sforzo per capire il suo punto di vista ma permetta che le dica il mio pensiero: non ci trovo niente di male in un bucato steso ad asciugare. Non dà fastidio a nessuno, non reca danno a nessuno e non lo trovo né indecoroso e né disordinato.
Quei panni svolazzanti, quelle corde, quei colori (che, pensi un po’, sono le prime cose che vado cercando quando mi reco a Napoli), quel caos – se proprio vuol saperlo – è un idioma, una forma di comunicazione, di dialogo, di espressione, un’unione, un modo di essere di un popolo che ne connota l’essenza e l’identità. È il passaporto (ma anche passa-parola), il documento di riconoscimento dove sono riportate tutte le informazioni e le caratteristiche del proprietario.
Basta osservarli per comprendere l’anima della città. Generalmente sono appesi su delle corde che collegano un’abitazione ad un’altra, ciò significa che bisogna immaginare le strade di Napoli come dei pianerottoli di un grosso condominio che raccolgono due, tre, quattro appartamenti. Ora questi appartamenti non hanno porte, sono come delle stanze aperte a tutti dove ognuno entra ed esce come gli pare, quasi come se la casa del vicino fosse un prolungamento della propria casa e il pianerottolo è il corridoio. Qualcuno potrebbe domandarsi: e la privacy dove sta? Qui sta il bello. Tutti sanno tutto di tutti, non esistono maschere, non ci sono menzogne. Non puoi nascondere se stai bene o male, se sei triste o allegro: è impossibile. Accogliere, essere aperti a tutto e a tutti è un’indole, una predisposizione d’animo naturale che è ontologica alla città partenopea, ne diventa filosofia.
I panni sono il pretesto per dialogare. La corda che li sostiene è il filo del telefono a rete fissa che serve a comunicare con l’altra parte, il mezzo indispensabile dove far correre le notizie (da qui il passa-parola). Sostiene il bucato e sostiene l’altro con una chiacchiera, un pettegolezzo, una parola gentile.¹
Ogni popolo ha una tradizione, una propria cultura, una storia che ne plasma l’identità. Ritengo che prima di parlare (anzi, prima di insultare e gettare fango) occorra documentarsi e studiare.
Questa volta è toccato al Consigliere Floriano Della Bella e al Sindaco Rémi Berthoux, ma la lezione vale per tutti.
E a proposito di educazione, se qualcuno ancora non lo avesse capito, vi posto un’immagine che è il chiaro Esempio del Decoro, della Civiltà, del Rispetto e, dulcis in fundo, della Buona Educazione.
20.10.2026
¹ «Vorrei spezzare una lancia a favore di un’usanza che spesso viene criticata. A Napoli ci sono le corde tese da palazzo a palazzo per stendere i panni, e su queste corde le notizie corrono e si diffondono. E in effetti, se ci pensi bene, per stendere una corda tra il terzo piano di un palazzo e il terzo piano di un altro palazzo è necessario che le signore inquiline dei suddetti appartamenti si siano parlate, si siano messe d’accordo: “Signo’, adesso facciamo una bella cosa, mettiamo una corda fra noi e voi, così ci appendiamo il bucato tutt’e due. Voi il bucato quando lo fate? Il martedì? Brava, allora vuol dire che noi lo faremo il giovedì, che così non ci possiamo tozzare. È nato il colloquio ed è nato l’amore» (cit. da Chi non muore si rivede di Paola e Luciano De Crescenzo, ed. Mondadori 2026).
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 20/10/26
La settimana scorsa, almeno dalle mie parti, c’è stata una tregua dal caldo torrido. Questo però non mi ha impedito di continuare a dormire con le finestre spalancate dato che la temperatura interna del mio appartamento aveva raggiunto i 31 gradi. Beandomi della frescura tornata a farci respirare – e soprattutto a dormire – mi sono messa a letto tutta entusiasta. E avrei dormito anche divinamente se non fosse stato che alle ore 3.34 in punto del mattino vengo svegliata da un canto che aveva tutta l’aria di essere una specie di mantra/litania propiziatoria di buoni auspici.
Per le strade non c’era nessuno, non si sentiva volare una mosca, né si sentiva il frinire delle cicale o dei grilli. Neanche le auto passavano, nessuna gazzarra a disturbare il sonno di una piccolissima fetta di umanità.
Ad un tratto si ode questa voce (maschile) che, pian piano, aumenta sempre più di intensità e squarcia la quiete di una sera d’estate. Le parole articolate sono incomprensibili, ma la melodia è molto bella. Trasmette un senso di pace e serenità.
Poi, così come è arrivata, la voce scompare assottigliandosi nel buio della notte e continuando a sparpagliare la sua scia lattiginosa per le vie, le piazze e i vicoli della città. Torna il silenzio, un silenzio di cui mi servo per scolpirmi il suono della melodia in testa nella vana speranza di riuscire a ricordarmela il mattino seguente che è alle porte.
Difficile da realizzarsi anche perché, tempo dieci minuti, e giungono due o tre cretini o forse anche più (o disgraziati, che dir si voglia) in sella alle loro moto e motorini impegnati in una gara di rally, guarda caso sempre nelle ore in cui la gente, stanca dal lavoro e dalle fatiche quotidiane (e d’estate anche dal caldo che prosciuga tutte le energie), ha una dannata voglia di riposarsi.
L’episodio che ho appena raccontato mi ha portato a fare una considerazione.
È quasi certo che la voce che aveva intonato quella melodia – alle 3.34 del mattino – appartenesse ad uno straniero che passeggiava per le strade in ora notturna, stante la mia difficoltà di riuscire a comprendere il testo di quella nenia. Un canto – torno a ribadire – molto bello, molto dolce e forse anche un po’ mesto ma che, nel complesso, diffondeva un’aura di spiritualità, di condivisione, di amicizia e di fratellanza (forse uno di quei canti appartenenti alla razza o alle tradizioni di un popolo che si tramanda di generazione in generazione).
La nota stonata sta nella circostanza che quel canto venisse salmodiato alle 3.34 del mattino, ora in cui – torno sempre a ribadire – la gente (normale) dorme.
Ora, il discorso immigrazione lo avevo già affrontato un anno fa a proposito di un ragazzo di origini extraeuropee che aveva bisogno di cure mediche, quindi il mio pensiero sul tema l’ho già espresso. Il fatto esposto poc’anzi è l’ennesimo pretesto di cui mi avvalgo per avvalorare la tesi già sottolineata in passato, e cioè: che per quanto il ragazzo avesse una bellissima voce, per quanto avesse interpretato una bellissima litania (tanto da volermela fissare in testa per conservarmela il giorno dopo), per quanto non avesse nessuna cattiva intenzione di recare disturbo ma anzi, sperando di fare una cosa gradita allietando il sonno dei suoi fratelli con una tenera ninna nanna (e magari pregando anche per loro perché il senso del testo sembrava quello di una preghiera), resta il fatto che cantava a squarciagola alle 3.34 del mattino (ho controllato l’ora sul cellulare poggiato sul comodino accanto al letto) in un momento in cui non si sentivano sbattere manco le ali dei moscerini, e in cui si sperava, finalmente, di riuscire a dormire dopo i 40 gradi dei giorni scorsi senza svegliarsi al mattino come zombie e co’ tanti di quei fastidi le cui ripercussioni si sarebbero fatte sentire sul collega a lavoro di lì a qualche ora.
Senza contare che già ci bastano e c’avanzano i disturbi e i casini provocati dai nostri cretini (quelli appartenenti alla razza italica, tanto per capirci).
Mi chiedo dunque, ma se la strada che è stata intrapresa nei confronti di questa povera gente non porta ad alcun beneficio ma anzi, reca solo (più) sciagure a loro e a noi in termini di economia e di sicurezza… perché non si pensa ad un cambio di rotta?
Che vuol dire non buttarli fuori o buttarli a mare come se si giocasse a mosca cieca (ndo cojo, cojo; tu sì e tu no perché quello mi sta antipatico e tu simpatico), ma esportare la nostra cultura nel loro Paese e nei loro territori, investendo risorse, tempo e denaro aiutandoli a migliorare le loro condizioni di vita e di civiltà.
Mi rendo conto che anche questa soluzione non è che sia proprio una passeggiata, servono molti molti fondi, oltre ad una ampia partecipazione e collaborazione incondizionata, attiva e volontaria senza alcun fine di lucro da parte di tutte le potenze occidentali; però se il denaro pubblico speso in tutti questi anni – tanto denaro – è stato sprecato senza un nulla di fatto concedendo bonus, case, sussidi, asilo, assistenza gratuita nei tribunali ecc., ecco se magari questo denaro fosse stato utilizzato per costruire scuole, ospedali, centri di aggregazione, biblioteche, e tante altre cose utili a combattere malattie come la malaria, l’ebola o per bonificare terreni, fiumi, paludi (sono solo esempi eh) insomma non dico che avremmo risolto la situazione, ma almeno avremmo posto le basi per migliorare davvero le condizioni di vita di un po’ di gente.
L’ idea è quindi quella di dirozzare il loro modo di vivere e di pensare alla maniera paleolitica, in modo da consentir loro un’evoluzione e una crescita culturale che si appiani al costume e allo stile di vita occidentale.
Quello che sta accadendo è esattamente il contrario. Sempre più spesso, per non dire tutti i giorni – almeno nella città in cui attualmente vivo (siamo i Numeri Uno per la cronaca nera d’Italia) – si assiste a fenomeni di violenza, di abusi, di furti, risse e omicidi (metà di questi riguarda assassinii di donne), gran parte per mano di extracomunitari. Ma questo non è nulla in confronto al deplorevole “spettacolo” ambulante che i cittadini sono costretti a sopportare davanti ai loro occhi, ovvero del marito padre padrone che si atteggia a capo supremo e che porta a spasso la compagna, moglie e madre, nonché schiava di lui e dei figli come un cane al guinzaglio, costretta ad ubbidire ai suoi ordini senza alcun diritto di replica (e guai se si azzarda a togliersi il velo dalla faccia). La scena è questa: lui davanti, lei dietro con al seguito i ragazzini, il passeggino, la spesa, altro bagaglio che funge da “accessorio” alla allegra passeggiata di famiglia, i maschi liberi di vestire come vogliono al contrario di lei che è coperta da capo a piedi senza che si possa scorgere una striscia di pelle (e con 40 gradi all’ombra).
Essendo una città che conta un numero di abitanti suppergiù pari ai centocinquantamila (misti tra italiani e stranieri) è facile che questi scenari siano all’ordine del giorno, come è diventato ormai “naturale” finire in prima pagina sui giornali per risse, violenze e, malauguratamente, per femminicidi.
Qual è l’origine del problema?
Ormai sono tanti anni che queste persone sono radicate nel territorio divenendone parte stessa, ma solo per ciò che attiene alla loro presenza. In quanto al processo di integrazione, condivisione, adattamento, commistione, fusione, sono rimasti esattamente dove erano anni fa quando sono sbarcati sulle coste dell’Occidente. Il cambiamento è avvenuto solo nel passaggio da un continente all’altro, tutto il resto è rimasto uguale (modo di pensare, modo di vivere, modo di vestire, modo di gestire la famiglia, concezione del matrimonio e approccio con il sesso femminile). Se c’è stato un avanzamento o una progressione socioculturale riguarda solo la parte più piccola della fetta della torta; la parte più grande è il nodo da sciogliere per risolvere la drammatica situazione in cui imperversiamo – da cui sembra non ci sia via d’uscita – e che continua a creare disagi, sentimenti di odio, razzismo, insicurezza, disgusto per chi è diverso, e chi più ne ha e più ne metta.
Si parla tanto di politiche di immigrazione, ma nessuno che affronti il tema dell’esportazione culturale finendo con l’importare quella che è la “cultura” orientale (che, a parere di chi scrive, ha portato e continua a portare solo sopraffazione e ad immillare l’odio tra la gente e le classi sociali, fomentate dalle polemiche dei giornalisti in merito alle iniziative legislative e governative dello Stato).
Insomma, a trovare una soluzione che metta tutti d’accordo – e che faccia stare tutti, ma proprio tutti bene – non siamo proprio capaci. O forse perché risolvere non conviene a nessuno.
Se avessimo un mondo dove tutto filasse liscio e dove non si ha più nulla di cui sparlare e per cui fare polemica, cosa dovremmo inventarci per passare il tempo?
9.07.2026
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 09/07/26
Il video e il post che segue è un omaggio all'eclettico Renzo Arbore
Te l’ho detto, divento brutta e cattiva quando offendo. Non è educato, non è da persone perbene.
Rammenti quando lo facevo (bonariamente) con Renzo?
«Dimmi un po’ chi sono gli invitati che ci faranno l’onore di essere con noi a cena, il pifferaio farà parte della congrega?»
«Posso chiederti di usare appellativi più garbati quando ti riferisci a uno dei miei carissimi amici?»
«Me lo chiedi perché parliamo di un tuo carissimo amico, oppure perché ti dà fastidio che ho detto la verità? Quello sempre col piffero in mano sta. Parliamoci chiaro Lucia’, il piffero è un suo pensiero fisso»
«Ma, mia cara, è mai possibile che con due frasi devi vanificare i miei sforzi? Sto facendo di tutto per fare di te una persona raffinata e galante, e tu ogniqualvolta te ne vieni con queste uscite?»
«E che ho detto scusa?»
«Come che hai detto? Oltretutto ne approfitto per ricordarti che quel galantuomo di Renzo tuo conterraneo è»
«Sì ma sempre col piffero sta»
«Stai proprio in fissa eh?»
«Lucia’, permettimi, quello fissato con certe cose sei tu. Il tuo caro amico è o non è un amante della musica? È o non è uno a cui piace intrattenere le persone come te? È o non è un amante dello spettacolo e dell’intrattenimento? Adora sperimentare, scoprire, creare, sì o no? Se poi queste cose lo fanno divertire, e soprattutto campare, tanto di guadagnato! E qui il verbo ci sta tutto, cavolo se ci sta. Chi o freca all’amico tuo»¹⁰
«E per dire queste cose sul conto del mio amico, che nel frattempo sempre tuo conterraneo rimane…»
«Scusa ma perché ti metti a puntualizzare? Che intendi quando insisti dicendo che è mio conterraneo?»
«Che Renzo è pugliese come te!»
«Ce l’hai con noi pugliesi?»
«Ma figurati se ce l’ho con i pugliesi, con i milanesi, con i romani o con i napoletani…»
«E ti pareva che non tiravi in ballo la tua cara Napoli»
«Insomma, c’è bisogno che tu ti rivolga a lui definendolo volgarmente “pifferaio”?»
«Se non ti piace pifferaio posso sempre usare un altro termine… ti piace trombettista?»
«Ma che trombettista? Che mo’ Renzo si mette a suonare a’ trummetta?»
«Qualche volta l’ha pure suonata eh… vabbè, comunque era per dire»
«Ma per dire cosa?»
«Che quello pensa solo alla musica e a fa ‘o burdello con tutta la matracatroppa¹¹ dei suoi compari. Lo sai com’è: dagli in mano una trombetta, un clarinetto, una fisarmonica, insomma uno strumento a fiato qualunque e subito te lo vedi che aizza la folla con i suoi pepperepè e zumpappà»
«E trallallero trallallà» mi facesti eco.
«Che fai, sfotti?»
«Veramente hai cominciato tu»
Guai a chi ti toccava gli amici, vero Lucia’? L’amicizia era una cosa sacra per te, più sacra dell’amore e forse – dico forse – solo pari al dolore. Perché è sacro il dolore non la vita¹², dicevi, e basta questo a portargli rispetto. Ma se non riusciamo ad arretrare neanche di fronte al dolore, dove andremo a finire? Il dolore non può essere egoista, il dolore è di tutti. Tutti proviamo dolore, è il sentimento che più ci accomuna… perché non riusciamo a riconoscerlo negli altri?
Dicevi anche – soprattutto – che per te Napoli non è la città di Napoli, ma solo una componente dell’animo umano che sapevi di poter trovare in tutte le persone, che siano esse napoletane o no¹³, e che può essere l’ultima speranza che resta alla razza umana.
Dicevi che non è vero il detto che la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale ma che, al contrario, può cambiare l’esistenza di ogni essere umano; e che i politici, tutti i politici (non solo quelli italiani e non solo quelli del passato) e gli uomini di potere, se meditassero di più sugli insegnamenti dei filosofi avrebbero campato e camperebbero meglio.
Dicevi che capire il Tempo equivale a capire la Vita e di conseguenza la Felicità, e che, come insegnava Seneca, la vera felicità è godersi il presente senza dipendere dal passato e con l’ansia del futuro.
Dicevi questo e tante altre cose.
E le dici ancora.
(fine ottava parte)
23.06.2026
¹⁰ Chi o freca: espressione che indica che nessuno riesce a fare le scarpe al soggetto a cui ci si riferisce per la sua capacità di saper sfruttare le occasioni propizie oppure di saper godere dei momenti lieti della vita.
¹¹ Matracatroppa è un gruppo folkoristico e musicale del Gargano, viene indicato spesso nel gergo colloquiale per riferirsi alla folla o ad un folto numero di persone.
¹² Citaz. tratta da Il tempo e la felicità di Luciano De Crescenzo, Ediz. Mondadori 1998 nel capitolo sul dolore.
¹³ Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo, Oscar Mondadori Editore 1986.
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 23/06/26
«A me dà solo fastidio il comportamento che ha cominciato ad avere da quando tu e Ciccio⁵ l’avete tirata fuori dall’ascensore quando è rimasta bloccata la sera della partita»
«Vuoi farmi un favore?»
«Sentiamo, qual è ‘sto favore?»
«Nun me fa’ arricuorda’⁶ quella sera» mi rispondesti con occhi supplicanti, e poi subito dopo «ma perché, che comportamento sta avendo la signora Pontuti?»
«Non fare finta di non essertene accorto»
«E mo’ cos’è ‘sta cosa di cui non mi sarei accorto?»
Ti fissai, aprii e chiusi la bocca. Non sapevo come dirtelo, poi ti risposi biascicando le parole facendo vagare lo sguardo per la stanza e cominciando a giocherellare con la punta dei capelli arricciandole tra le dita.
«Diciamo che ultimamente la Signora Pontuti gira un po’ troppo intorno al nostro pianerottolo».
Sospirasti lasciando cadere le spalle e rilassando i muscoli. Poggiasti i libri che avevi ancora in mano, in attesa di essere sistemati nella libreria, sulla scrivania accanto.
«Vabbè, quella volta era scesa per chiedere se avevamo un po’ di sale»
«E la volta dopo se avevamo il caffè»
«Sì, pure il caffè…» mi facesti eco e annuendo con la testa.
Io, imitando il tuo gesto «… e sempre il giorno appresso, con la scusa che le era caduta una maglietta sul nostro balcone, tu glielo hai pure offerto ‘o cafè».
Un breve silenzio come diversivo per trattenere il tuo (solito) risolino divertito.
«E ti ricordi come mi si è rivolta? Mi ha chiamata ragazzina. “A ragazzina nun c’ha niente in contrario si me fermo dieci minuti a scambia’ du’ chiacchiere con lei, vero Ingegnere?”»
«E tu ti ricordi che io da dietro ti facevo segno di non replicare?»
«Sì me lo ricordo, in certi casi è meglio tacere, lo dici sempre. Anche per una questione di educazione»
«Comunque, al di là delle tue previsioni, quella volta fu una piacevole mattinata».
Feci una smorfia che non era né un sì né un no (mi seccava darti sempre ragione).
«Tornando all’argomento, questo ti dà il diritto di insultarla? Non vorrai mica metterti cu ‘a scuppetta ‘mmano⁷ e far fuoco su tutte le gentili signore che passano su questo pianerottolo solo per…?»
«Oh adesso mi hai stancata» esplosi «ora non mi è neanche più permesso farti un complimento?»
«Insomma ti ricordi di Erostrato?» glissasti su quel momento che era diventato piuttosto imbarazzante per me e che alla tua sensibilità d’animo non era passato inosservato.
Dicevo, eccome se mi ricordo!
«È la storia, insieme a quella del contadino cinese, che ricordo meglio di tutte».
“Si racconta che a Efeso, molti secoli or sono, un vecchietto di nome Erostrato un giorno si sia detto: «Ho compiuto ottant’anni e non ho mai fatto nulla di rimarchevole. Morirò e nessuno si ricorderà più di me. È urgente, allora, che mi dia da fare». Dopodiché incendiò il tempio più prestigioso della città, quello di Atena. Quindi si piazzò davanti all’edificio in fiamme e si mise ad urlare con quanto fiato aveva in gola: «Cittadini di Efeso: sono stato io a incendiare il tempio! Mi chiamo Erostrato. Ricordatelo anche ai vostri figli: E-ro-stra-to». Al che gli arconti lo fecero portare via dalle guardie, pur senza sbatterlo in galera. Multarono, invece, chiunque ne pronunciasse il nome. Alla fine, comunque, la spuntò lui, l’esibizionista, tant’è vero che proprio io, in questo momento, lo sto nominando. Ebbene, ancora oggi molti dei nostri amici hanno il complesso di Erostrato: smaniano per farsi ricordare, sia pure per ragioni infamanti”. ⁷
La storia di Erostrato, insomma, non serve ad altro che farci riflettere su quanto sia importante per gli uomini (inteso come genere umano) farsi riconoscere e convincersi della propria esistenza. Come a dire che se non veniamo notati, se non veniamo ricordati, se di noi nessuno ne parla contiamo meno di niente, anzi non contiamo affatto perché “se nessuno mi vede, mi pensa o si accorge di me, vuol dire che non sono né nato e né morto, di conseguenza non esisto”.
«Ebbene, per rispondere alla tua osservazione, credo che la dimostrazione della propria esistenza sia un bisogno irrinunciabile dell’animo umano. C’è chi ci riesce col lavoro, chi con l’arte e chi, purtroppo, col crimine. Mettici poi la potenza amplificata dalla televisione e dei giornali e il risultato, talvolta, può essere dei più disastrosi».²
«Sì, lo avevi detto anche quella sera a cena servendoti di una similitudine col palcoscenico del Parioli (del resto tu sei un habitué). Aspetta… com’era? “Non c’è auto fuoriserie, laurea ad honorem, donna supersexy o pranzo raffinato, che regga il confronto con il palcoscenico dei Parioli. Sentirsi dire il giorno dopo: “Ieri sera l’ho vista in TV” è il più alto riconoscimento ottenibile oggi in Italia, pari, forse, al solo premio Nobel”»⁸.
Quindi, di cosa dovrei stupirmi?
Siamo tutti condannati al dominio delle nostre passioni, il discorso si riallaccia sempre al concetto della vita e della morte.
Dicevi che la gente è succube delle sue manie e dei suoi desideri, un’altra delle tante era l’irrefrenabile istinto di andarsene a zonzo rifiutandosi di starsene a casa, come se le pareti della propria casa emanassero odori pestilenziali… e questo perché? Per distrarsi e non pensare alla morte. Ti immagini a fare una vita senza rincorrere il potere, il denaro, il successo? Sì Lucia’, forse saremmo tutti delle persone migliori, un mondo dove tutti rispettano tutti, armonioso, pieno d’amore, di gioia e di amicizia. Non ci sarebbero invidia, odio, frustrazione, violenza; qualche chiacchiera col vicino tanto per sapere come se la passa, o una barzelletta con l’amico, uno scambio di battute col prestinaio o il fruttivendolo, una passeggiata a spasso col proprio cane nelle prime ore del mattino o sul calare della sera accompagnati dal venticello serotino… roba così. Certo, ci perderemmo le tante meraviglie del mondo, ognuno resterebbe confinato a coltivare il proprio orticello senza spingersi oltre la linea del territorio facendo venir meno la curiosità (o l’economia o il dannato consumismo), ogni cosa ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.
E dei premi Nobel? Cosa mi dici del Riconoscimento più prestigioso?
Tu non hai mai vinto un Premio Nobel, non hai neanche mai vinto il Premio Napoli figuriamoci! E la cosa è tanto più assurda se penso che proprio tu che hai fatto conoscere la tua città a tutto il mondo, tu che ne hai sempre decantato il linguaggio, la cultura, la storia, i quartieri, le tradizioni, la musica, il cibo, tu che eri l’essenza della tua terra, ne sei rimasto escluso. Oggi danno onorificenze, titoli, cittadinanza a chi non ha nessun merito o diritto di rappresentare il tuo popolo… eh sì, ci vuole un coraggio da leoni oggi per non farsi schiacciare e scegliere l’intelligenza e la creatività al posto dell’idiozia.⁹
Stai tranquillo, la mia non era un’offesa. Non ce l’ho con nessuno. Non voglio offendere nessuno. Mi sono stancata persino di offendere – mi riferisco a tutte quelle volte in cui è successo, distrattamente e senza prestare la minima attenzione, che ho insultato qualcuno – e poi non ne vale neanche la pena.
19.06.2026
(continua)
² «Qualcuno ha detto, non ricordo chi, che sembra che il Paradiso funzioni così: basta pensare un luogo e quello subito si manifesta. Dunque mi trovo dove ho sempre sperato di andare». «Perché, a che luogo hai pensato?». «A Napoli, ovviamente» (tratto da: Chi non muore si rivede di Paola e Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2026.
⁵ L’attore Francesco De Rosa.
⁶ Trad: non farmelo ricordare.
⁷ Trad.: col fucile in mano.
⁸ Abstract del capitolo sulla vanità de Il tempo e la felicità di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 1998.
⁹ Cit. di Luciano De Crescenzo sull’uso e gli effetti della televisione.
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Riflessioni |
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Data : 19/06/26
In alto a partire da sinistra Monica Bellucci per il calendario GQ 2001 (foto: Gian Paolo Barbieri), Leonardo Di Caprio nella pellicola Celebrity di Woody Allen del 1998, Raoul Bova per Armani, il cantante Damiano David, la pop star Elodie e Can Yaman, attore e modello turco
«A fare che?» domandavi davanti alla libreria del tuo studio intento a fare ordine nella stanza e concentrato a sistemare un libro dopo l’altro al posto suo.
«A far diventare semplici anche le cose più complesse e a rendere divertente anche ciò che è noioso da morire»
«Oggi hai voglia di perderti in chiacchiere»
«Non fare il modesto. Com’è che quando si tratta di farti un elogio svii sempre il discorso su altro? Ti imbarazzano i complimenti?»
«Senti chi parla!».
Voilà! Un altro libro infilato nella scansia mentre ti sbocciava un sorriso sulle labbra.
«Lo vedi che lo fai apposta? Perché non ammetti mai le tue capacità e le tue qualità? Gli altri tuoi colleghi lo fanno, anzi muoiono dalla voglia di essere intervistati e prendere parte alle trasmissioni televisive, alle conferenze o a qualche altro evento sfoggiando la loro grande eloquenza per far vedere quanto sono bravi, quanto sono affascinanti, quanto sono belli, simpatici e intelligenti, che il loro bagaglio culturale non è pari a quello di nessun altro, che sono pronti a darti la soluzione a qualsiasi problema, che sono i privilegiati del sapere, che sono al corrente delle dinamiche funzionali dell’universo, che solo loro sono in grado di comprendere gli altri, e che sanno essere persone tanto, tanto magnanime, sensibili e altruiste quando si tratta di difendere i diritti degli altri e della povera gente»
«Tutto quello che penso, tutto quello che ho da dire lo scrivo e l’ho sempre scritto nei miei libri, poi se qualcuno ha piacere di avermi nelle sue trasmissioni ci vado perché sarebbe scortese rifiutarsi di prendere parte ad una discussione»
«Purché la discussione dia buoni frutti e non sia il solito vaniloquio della vanità»
«Che ci vuoi fare? La vanità è una passione della natura umana, tutti chi più e chi meno siamo dei vanitosi. C’è poi chi la ostenta in maniera esagerata, e chi invece la nasconde o sa meglio nasconderla. Come ti ho sempre detto… guai a cadere schiavi delle passioni! Oltretutto, resistere alla vanitas equivale a raggiungere il vertice di ogni saggezza. Ti ricordi di quella volta a cena quando raccontai della leggenda di Erostrato ai nostri ospiti?»
«E come se mi ricordo! Si era imbucata pure quella disgraziata della signora Pontuti a quel convivio»
«Tu hai sempre parole gentili quando si tratta di quella poverina»
«Ma quale poverina Lucia’. Ribadisco: quella una zoccola è, e zoccola resterà»
«Perché devi sempre insultare, dare giudizi affettati senza sapere cosa c’è dietro alle persone, chi sono e cosa stanno passando affidandoti esclusivamente a dei pettegolezzi? Perché? Perché fare pezza da piede la loro sensibilità, trattarle come se non avessero importanza, riversare il tuo odio, sminuirle, solo per il gusto di mostrarti migliore di loro? Davvero ti fa sentire meglio dopo che l’hai offesa?»
No, non mi sento meglio. Hai ragione tu. Perdinci, hai sempre ragione tu.
Sto malissimo Lucia’, divento brutta e cattiva quando insulto. E poi me ne pento.
Insultare qui è diventato un mestiere, lo sai questo? Certo, il dileggio è sempre stato un parassita nel tessuto sociale ma adesso abbiamo raggiunto (o forse no?, dubitare è lecito me lo hai insegnato tu) l’apogeo dell’esagerazione, come se essere esagerati desse più soddisfazioni, come se ci si sentisse più appagati, come se si concorresse ad una gara dove chi più insulta più si mostra “sapiente” dimostrando di essere il custode del Sapere (quale Sapere poi?).
Insultare va di moda. Insultare ormai è la moda. Guai se non aderisci al PDDI (Partito Democratico dell’Insulto, sì perché se tu hai il diritto di offendere è mio diritto contro attaccare): la legge degli Idioti.
Ricordo quando parlavi della misura, del tuo Partito dell’Acqua Tiepida (PAT). Un po’ a ciascuno non fa male a nessuno. Era la regola che ci insegnavano quando eravamo bambini e facevamo i capricci, lamentando a chi dovesse spettare l’ambito premio perché era il più bravo e il più obbediente di tutti i suoi fratelli, sorelle o amichetti. Alla fine “i grandi”, per non creare malumori, accontentavano tutti noi piccini: nessuno se ne tornava a casa o a letto senza aver conquistato la sua piccola parte di premio.
Premio fa rima anche con De Crescenzo… non è strano, Lucia’?
Ma davvero sei tra le nuvole bianche, merletti del cielo, dove la pioggia cola dai fori e con gli orli il sole si diverte a disegnare strane ombre sui pavimenti, tra un angolo e l’altro dei muri delle case, dei lampioni, degli alberi, dei tetti, dei balconi…?
Oppure sei tornato alla tua città, ai tuoi colori, alla tua gente, alle tue canzoni, alle tue poesie e al tuo calore? (Lucia’, niente niente stai sugli spalti dello stadio Maradona in attesa della partita del Napoli che non vedi l’ora di godertela in diretta?)²
Stanno avvenendo cose brutte Lucia’, brutte assai; forse è un bene che tu te ne sia andato prima di tutto questo, prima che scoppiasse la guerra in Iran, in Israele, in Ucraina, prima dell’A.I., prima delle baby gang che imperversano sempre di più nelle strade, degli stupri, dei femminicidi sempre più aggressivi e numerosi, della crisi economica che divampa di giorno in giorno, del COVID che ci ha reso tutti più soli e ha contribuito ad accentuare il fenomeno social/internet/mito di Narciso.
Sai che l’ultimo bersaglio di offesa è stata una soubrette? Che poi la definizione non è neanche esatta perché nella sua carriera non è stata – e non è – solo una soubrette, ma anche una presentatrice, una ballerina, un’attrice, un’indossatrice e una cantante argentina (sì, proprio come Diego). Motivo dell’insulto? La showgirl in questione ha avuto un crash, un down, un failure.
Scusa. Ci sono cascata di nuovo. Ricordo che non hai mai saputo spiegarti il perché di questi “inglesismi” o “americanismi” inseriti di tanto in tanto nella lingua italiana³, ebbene lascia che ti spieghi: la ragazza, da un po’ di tempo, soffre di depressione e di attacchi di panico. I vicini di casa l’hanno sentita urlare nel suo appartamento a Milano… chiedeva aiuto… da quel che riportavano i giornali era sola nel momento in cui ha urlato agli altri la sua disperazione, per fortuna che i soccorsi sono stati tempestivi e così si è potuto subito tradurla in ospedale, ma la fase brutta non è ancora del tutto passata. Ha bisogno di cure, ma soprattutto di conforto, di tanto amore e di attenzioni.
Dopo l’accaduto, i suoi detrattori, i suoi nemici e gli invidiosi hanno strumentalizzato la notizia per farne pezza da piedi. Come sai, questa ragazza è molto bella oltre che essere molto brava e competente nel settore in cui opera. E dove c’è talento, bellezza, successo ma, soprattutto, fortuna – o ciorta per dirla con parole tue – la cosa suscita molta, molta invidia. E cattiveria (ma è cattiveria o stupidità Lucia’?)⁴.
La notizia – che forse in tante agognavano – è stato un pretesto per prendersi gioco di lei, e nel modo più subdolo e abietto.
Hai visto? Hai fatto tanto la smorfiosa e ora che non ti calcola più nessuno, manco quell’altro ex ballerino del tuo ex marito, t’ha preso la depressione
Ben ti sta, mica pretendevi di essere sempre la numero Uno?
C’è di meglio di una come te
Ma quale showgirl e showgirl? Ma quali sono le doti di questa qua, che non sa fare niente! Tra l’altro, non è neanche tutto ‘sto granché!
Questa è la fine che fanno i grandi artisti o chi si crede di essere immortale
Ma guarda un po’, sei caduta dal piedistallo? Poverina!
Ma che pensasse a chi sta veramente male, tipo i bambini ricoverati nei reparti oncologici
Se lo merita, è una pu*****, magari fosse la volta che crepa
Sei brutta, non mi piaci, non mi sei mai piaciuta
Un’altra delle sue trovate per avere visibilità?
Ma non finisce qua, perché non finisce Lucia’ credimi, non finisce mai. Anche dopo il referendum sulla “giustizia” ad un altro attore – uno dei tanti testimonial della campagna referendaria di quei mesi – è stato detto di peggio. C’è stata una vera e propria guerra di odio sui social, e questo solo perché aveva espresso il suo pensiero sul tema che non andava bene a quanti non la pensassero come lui (è cattiveria o stupidità?), un orientamento – quello manifestato dal personaggio – che ha avuto la meglio visto il risultato allo spoglio, e che ha esacerbato la violenza e la frustrazione di chi sperava in un’inversione di rotta del sistema.
C’è chi invece preferisce non dar retta alle critiche, voltando le spalle. Ti chiedo: è da impavidi o da pusillanimi?
So già cosa mi risponderesti, sì… so cosa mi risponderesti.
Nella foto: Vincent Cassell e Monica Bellucci
16.06.2026
(continua)
² «Qualcuno ha detto, non ricordo chi, che sembra che il Paradiso funzioni così: basta pensare un luogo e quello subito si manifesta. Dunque mi trovo dove ho sempre sperato di andare». «Perché, a che luogo hai pensato?». «A Napoli, ovviamente» (tratto da: Chi non muore si rivede di Paola e Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2026.
³ “Oggi in tanti, non so perché, non riescono a finire una frase se non ci infilano dentro almeno un paio di vocaboli inglesi, o per meglio dire americani. Sarà colpa della globalizzazione, di internet o delle canzoni di successo, certo è che se non parli inglese sei out, cioè, volevo dire, sei fuori” (cit. tratta da Chi non muore si rivede di Paola e Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2026).
⁴ Ecco la tesi di Socrate: «Praticare il bene è un affare. Se l’uomo non lo persegue, è solo perché non ha la minima idea di dove si trovi il bene. Pertanto non è malvagio, ma ignorante». Ed ecco quella di Eraclito: «Pochissimi sono quelli che valgono, tutti gli altri, pur avendo prestato orecchio, si comportano come i sordi, e anche quando si imbattono nella verità non sono in grado di riconoscerla». Come dire: se un ragazzo lancia i sassi da un cavalcavia sulle macchine in autostrada, non lo fa perché è cattivo o perché è insensibile, o perché non si rende conto che potrebbe ammazzare qualcuno, lo fa solo perché è stupido. Lo stesso dicasi del naziskin che si rapa la testa a zero e va in giro a insultare ebrei o a sprangare extracomunitari: è un cretino, tutto qui. (tratto da: Panta Rei, Mondadori Editore 1997).
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 16/06/26