È terminata la Fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi che si tiene ogni anno a Roma per quattro giorni nella prima settimana di dicembre presso il centro convegni Le Nuvole, zona Eur.
Mai come quest’anno l’evento è stato al centro di una infuocata polemica che ha avuto origine per la presenza tra gli stand della casa editrice Passaggio al Bosco, a detta di molti, di stampo “fascista” e “nazifascista”.
Tra i disertori al programma della Fiera si annoverano il noto fumettista Zerocalcare, Corrado Augias, Roberto Gualtieri (sindaco di Roma), Massimo Giannini, Antonio Scurati, Alessandro Barbero e altri autori, giornalisti, editorialisti che non sto qui ad elencare in parte per ragioni che ho già spiegato nei precedenti post e, per la restante parte, perché ai dubbi che avevo qualche mese fa se ne sono aggiunti altri.
Ci tengo anche a non tediarvi sull’argomento visto che di chiacchiere ce ne sono state già abbastanza. E su una cosa stupidissima tra l’altro: la democrazia/democraticità attinente – in questo caso – alla libertà di espressione e di pensiero.
Un articolo di Paolo Ercolani su Il Fatto Quotidiano – più bravo della sottoscritta a redigerli, ad esprimere concetti ed opinioni e anche più colto e più saggio della persona che in questo momento sta scrivendo – riassume tutto quello che penso sul tema e anche ciò che è sotteso al tema. Il discorso tocca soprattutto l’aspetto delle fastidiose etichette che gli stolti adorano appiccicare addosso a chiunque per dividerli e catalogarli, manco fossero carni da macello, tra la classe dei “berlusconiani/meloniani” altrimenti tra i “piddini/amici della Schlein”.
Altra osservazione non meno efficace e molto arguta, a mio modesto parere, sulla querelle che si è creata è stata quella di Donato Carrisi nella puntata di In altre parole, programma condotto da Massimo Gramellini, su La7. Correttamente l’autore e criminologo si domanda tutto questo fumo (senza arrosto) che motivo ha di esistere se la gente manco legge (mi associo a Carrisi: perché, qualcuno legge? È rimasto ancora qualcuno che sfoglia un libro, anche solo un testo scolastico o universitario?).
Insomma come la si gira gira, il dibattito prende sempre una piega politica. Mai che si faccia una riflessione neutrale e critica di una questione senza cadere nel tranello di difendere gli ideali del partito politico a cui ci si sente di appartenere, senza mettere da parte per un momento la politica e pensare – con logica – su un punto, partendo dai presupposti e trarne – sempre con logica e razionalità e senza lasciarsi prendere da sentimentalismi, pregiudizi, giudizi o altro – le conclusioni.
Sono rimasta molto, molto, molto delusa riguardo ad alcuni nomi che figuravano nella lista di quanti hanno fatto un passo indietro riguardo alla loro presenza alla Fiera, e tutto solo perché c’era una casa editrice che è lontana anni luce dal loro modo di pensare.
Carissimi “intellettuali”, “gente di cultura”, “critici di fama”, voi che amate riempirvi la bocca di tante belle parole… bandire chi non la pensa come voi è forse una forma di democrazia? Cosa avete dimostrato con la vostra scelta? A chi avete fatto il torto?
Il fatto di presenziare in un luogo dove c’è un’altra persona che non condivide i miei gusti – e men che meno io condivido i suoi – non vuol dire che io e quella persona siamo amici. Respirare la stessa aria oppure occupare lo stesso spazio non fa di me una fascista o una dittatrice. Né io posso permettermi di cacciarla a calci nel sedere o fare richiesta affinché non pianti i suoi stand il prossimo anno e quelli a venire solo perché mi sta antipatica o perché non condividiamo gli stessi ideali e gli stessi obiettivi.
Alla luce di quanto è successo, ora ditemi (mi rivolgo a voi lettori), è normale a questo punto che venga colta dai dubbi tanto da chiedermi “Ma chi o cosa sto leggendo? Sono questi gli Eroi che un giorno mi salveranno dall’odio e dalla cattiveria del mondo?”
10.12.2025
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 10/12/25
Visto che abbiamo accennato alla menopausa, e tra qualche post parleremo anche di invecchiamento precoce e decadentismo, vorrei aggiungere ancora qualche parola sull’argomento.
È la settimana in cui cade la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ho sempre detto che è fondamentale insistere su determinati temi di attualità, stai a vedere che a furia di parlarne fino alla fine si riesce a sensibilizzare la gente (forse). Come si dice a Napoli dalli e dalli e si scassano pure i metalli (ci voglio sperare, per una volta tanto vorrei essere ottimista come il popolo napoletano).
Tuttavia mi preme fare un’osservazione. A me delle ricorrenze, degli anniversari, delle cerimonie, delle commemorazioni non è mai importato nulla perché le trovo completamente inutili. Potrei capire la loro importanza se alle parole seguissero i fatti.
Prendiamo come esempio la violenza sulle donne. Da quanti anni ormai non si fa altro che parlarne in televisione, sui social, per strada, alla radio, sui giornali, nelle scuole, nelle università, fino allo sfinimento? Quante volte ci siamo sentiti dire sempre le stesse cose, ci siamo fatti sempre lo stesso discorso, siamo giunti sempre alle stesse conclusioni (ma senza nulla di concreto in mano)?
Il Disegno di Legge governativo n. 1433/2025, approvato in Senato e in attesa di approvazione definitiva dalla Camera, inserisce il reato di femminicidio con l’art. 577bis nel codice penale, un reato che ad oggi viene inquadrato come un aggravante (art. 577 c.p.) al reato di omicidio (art. 575 c.p.).
L’interrogativo che vi pongo (e mi pongo) è questo: pensiamo di risolvere il problema – un problema gravissimo – con l’inserimento di una (ulteriore) norma nel codice penale?
Art. 575 c.p. (Fattispecie di reato): “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.”
La butto lì. A me questa nuova norma, questo nuovo reato di femminicidio – ancora non in vigore – mi puzza tanto di discriminatorio. E non c’è bisogno di essere laureati in giurisprudenza per accorgersene: basta leggere l’ultimo capoverso della bozza del testo dove dice “Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l’art. 575”.
Quindi come devo interpretare l’art. 575 del codice penale? Una norma che protegge solo la vita degli uomini? Le donne sono quindi escluse da questa regola? Sarebbe a dire che dall’entrata in vigore del codice Rocco (1°luglio 1931) sino ai giorni nostri le donne non erano considerate persone e che, allora come adesso, si poteva fare e si può fare di loro quello che si vuole, persino ucciderle?
Scusate l’ignoranza, e mi scuso pure con i miei professori universitari e i miei dominus nel percorso di praticantato legale: io credevo che il significato del termine “uomo”, sì come citato nella fattispecie di cui all’art. 575 c.p., lo si dovesse intendere in maniera estensiva (come è naturale che sia insomma eh! Scopo della norma, e quindi il bene giuridico che è tutelato, è quello di proteggere la vita umana. A me me pare che dispongo di tutte le funzioni vitali che ha un essere umano: respiro, mangio, dormo, vado in bagno, russo, scorreggio, rutto, bevo, sogno, faccio l’amore… nun me sento d’esse’ un pianoforte, un mestolo, una sedia, una penna, un vaso, una ringhiera, una campana, un ombrellone, un albero di Natale, uno scarpone, insomma robaccia che viene usata e poi buttata e che chiunque ne può disporre come e quando vuole. Del resto, se non fosse per la donna che genera la vita umana, da dove so’ usciti fuori ‘sti Fenomeni?).
Anvedi aho’, dopo…quanti? Venti? Trent’anni di studi oggi ho scoperto che delle discipline legali, in fondo, non ho mai capito una m…… mezzo concetto (allora è proprio vero quando dicono che studiare non serve a niente. Cretini si è e cretini si rimane).
Altro problema, altra domanda. Siccome non ci arrivo con la testa perché, appunto, essendo cretina il mio cervello (e di conseguenza il mio bagaglio di conoscenza) è molto limitato vorrei sapere se e quanti omicidi si è riusciti a contenere dall’introduzione della norma (anno 1931, repetita iuvant) ad oggi (2025 col 2026 alle calcagna), escludendo le donne dal calcolo.
Ehhhh… l’elenco dei morti ammazzati è lungo vero? Molto più lungo dei processi che si sono svolti innanzi ai Tribunali d’Italia, parecchi responsabili sono stati astuti o fortunati a sfuggire al controllo della Legge.
Qual è la deduzione? Ve la dico subito. C’era bisogno di un’altra norma (discriminatoria, ribadisco) per sottolineare un imperativo già disciplinato novantaquattro anni fa e far capire una volta per tutte alle persone che togliere la vita ad un essere umano è un delitto, e che si viene puniti per questo?
Ma soprattutto in tutti questi anni, nonostante il reato di omicidio – rubricato all’art. 575 c.p. –, si è riusciti a debellare questa grande piaga umana o, quantomeno, a ridurre il carico degli assassinii? Le condanne (se sempre ce ne sono state) hanno funzionato sì o no? Le pene sono state applicate correttamente? Sono state rispettate le disposizioni del codice al momento di estendere le sentenze?
Non voglio tenere una lezione di giurisprudenza o crogiolarmi in una dissertazione sul libro secondo, titolo dodicesimo del codice penale riguardante i delitti contro la persona. Non ne sarei in grado, e comunque sia non dopo aver scoperto di essere una deficiente in materia ut supra¹, ma vorrei informare gli (altrettanto) ignoranti che nell’ambito del diritto, così come in tutti i campi, la teoria è qualcosa di molto lontano dalla pratica. Un conto è apprendere i concetti, un conto è applicarli, costruire, modellare, fare le leggi in itinere.
Non avete idea delle controversie che vengono analizzate e sottoposte innanzi ai Tribunali ogni giorno che generano fattispecie² sempre nuove e che necessitano di norme apposite, da applicarsi al singolo caso concreto. Un po’ come se voi giraste tutti i negozi di abbigliamento e non riusciste a trovare l’abito che fa per voi, c’è sempre un dettaglio che stona (taglia, colore, accessorio, foggia); l’unica alternativa possibile è quello di farvelo cucire da un sarto che confezionerà l’abito adatto a voi. E così sono i procedimenti in Tribunale, che sembrano tutti uguali – così preferiscono farvi credere – ma differiscono sempre per qualche minuzia.
C’è di più. La Legge è esegesi³ (concetto già espresso ed esplicato in un post precedente). Ciò significa che il legale di una parte a processo si batterà per portare avanti la sua difesa impostata su esame e studio della giurisprudenza e dottrina per quel determinato caso. Il legale di parte avversa, di contro, si batterà affinché il giudice accolga la sua tesi smontando quella di parte avversa.
Occhio: il caso è sempre lo stesso, con l’unica differenza che al medesimo sono state date due interpretazioni diverse. Il giudice, a fine processo, potrà essere a favore di una o dell’altra tesi altrimenti (Carramba che sorpresa!) dare un’altra interpretazione che accoglie e demolisce ambedue le tesi.
Adesso immaginate tutte le interpretazioni possibili che possono scaturire dal nuovo art. 577bis (in un’aula di Tribunale si prende come riferimento la norma base, ma non ci sarà mai certezza della sua applicazione perché alla norma, con gli anni, succederanno sentenze della Cassazione che ne esamineranno, smonteranno e aggiungeranno interpretazioni cambiandone la “fisionomia”). Prendiamo come esempio la parte dove dice “… quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione […] o possesso o dominio in quanto donna”; questa dicitura “in quanto donna” reca numerosissime insidie. Ne riporto solo una come esemplificazione.
Se ci troviamo di fronte ad un omosessuale vittima di violenza o prevaricazione eccetera eccetera, la prima domanda che verrà posta in un’aula di giustizia sarà: ma questo soggetto dobbiamo considerarlo donna nel suo sentirsi e percepirsi donna (oppure perché ha cambiato i connotati) o lo dobbiamo considerare uomo perché, di fatto e biologicamente, è un uomo? (in altre parole, che significa “in quanto donna”? Come devo leggerla e interpretarla questa norma? È o non è discriminatoria?).
Il problema sta a monte. Chi fa le leggi non sempre ha cognizione della materia, né è un esperto perché non è mai sceso e né scenderà in campo. Non è sul posto, non sa quel che accade intorno a lui, non legge la realtà, non si interessa delle sfaccettature dell’essere umano e delle sue mutazioni. L’individuo è un essere in continua evoluzione, cercare di riportare ogni cosa sotto un controllo o un ordine predefinito non sempre si rivela la cosa giusta.
La violenza non si combatte (solo) con la repressione. Genera molto più disordine e odio. È un boomerang, torna tutto indietro con molta più forza e aggressività. Abbiamo numerosi episodi in passato di repressione: il fascismo e il nazismo sono il piedistallo dell’odio e della violenza.
E pure qui sotto con le celebrazioni “mai più guerre”, “mai più odio”, “mai più eccidio”, “mai più orrore” per ritrovarci al solito punto di partenza come è successo con la Palestina e come sta accadendo ancora con quei due Io-so-Dio del Presidente russo e americano (avete capito perché non ci credo in queste ricorrenze?).
Lo dico ancora una volta e lo dirò ancora fino a stancarmi e a stancarvi: bisogna prevenire invece di curare. Bisogna istruire, educare, prestare amore, attenzione, pazienza.
Sì allora con l’introduzione sessuo affettiva nelle scuole, sì con l’introduzione del teatro, sì alle attività di letture miste ad attività ludiche, sì alla danza, sì ad una riforma “di approccio” con le materie che sappiano avvicinare di più i ragazzi alla realtà e alle persone.
L’ultimo appello lo rivolgo ai genitori: le radici dei vostri figli siete voi. Dopo aver piantato i semi nella terra c’è bisogno che ve ne prendiate cura, non dovete delegare agli altri un compito che è vostro o lasciarlo fare a YouTube, TikTok, WhatsApp e ad altre applicazioni virtuali e similari.
Una società civile si costruisce partendo da voi. Se non sapete fare il genitore, se non lo volete fare, se non ci riuscite, se non potete farlo, non lo fate. Se siete delle persone egoiste, l’egoismo tenetelo per voi, non lo moltiplicate (e soprattutto se avete problemi, fatevi psicanalizzare. Ma da uno bravo).
Vi lascio con una canzone di Pino Daniele. Mi raccomando: ascoltatela. Usate bene le orecchie.
¹ E chest’è
² Casi
³ Interpretazione
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Data : 25/11/25
Non amo il genere rap e per questo motivo non mi piacciono neanche i rapper, fatta eccezione per quei due o tre artisti che si contano sulle dita di una mano (sono proprio due/tre, non uno di meno e non uno di più).
Il rap come io l’intendo è quello che fece conoscere al pubblico e portò al successo Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti; dagli anni 2000 si è trasformato diventando un genere ad personam dove ciascun cantante lo interpreta e lo reinventa come meglio crede.
Il primo a mettere in atto questa metamorfosi fu senza dubbio (oddio, proprio senza dubbio no, il dubbio c’è sempre) Fabrizio Tarducci (Fabri Fibra) emulato¹ da Fabio Bartolo Rizzo (Marracash), Cosimo Fini (Guè Pequeno), Emiliano Rudolf Giambelli (Emis Killa), Gionata Boschetti (Sfera Ebbasta), Jacopo Lazzarini (Lazza) e via dicendo, fino a giungere a Geolier e ad altri “artisti” partoriti dai talent, da YouTube e da TikTok.
Fin quando a scendere in campo erano Jovanotti, gli Articolo 31, i 99 Posse, Neffa, I Sottotono il rap non aveva ancora subìto quella dolorosa mutazione che gli ha fatto assumere quelle caratteristiche per cui lo conosciamo oggi, da qui la mia scelta di spostare l’attenzione su un tipo di musica più musicale e con più sostanza.
Data, quindi, la mia idiosincrasia avverso questa pessima chirurgia facciale del rap ho trovato incredibile – per non dire assurdo – che fossi riuscita ad apprezzare in maniera viscerale – e dalla prima nota – il singolo del lancio del nuovo album di Ernia, Per te (che è il singolo, e non l’album dal titolo Per soldi e per amore).
Tralasciamo i trascorsi musicali di Matteo Professione (certo sulle scene con questo nome non si poteva presenta’, non avrebbe sortito l’effetto desiderato di riconoscibilità come con lo pseudonimo di Ernia, per quanto pure Ernia non è che faccia pensare chissà cosa di buono… a parte una sciatica) e concentriamoci sul fatto che Ernia è uno di quei rapper che fanno parte dell’ultima generazione (o ultimo cambiamento/”riforma”) del genere a cui mi riferivo poche righe fa.
La cosa strana (e che mi ha molto stupita) è che, prima di tutto, sia riuscito a tirar fuori un pezzo che non ha nulla a che vedere col genere di oggi e di ieri, ma soprattutto che abbia avuto l’umiltà di fermarsi e riflettere non tanto sul suo percorso professionale (c’entra anche quello ma in parte) ma molto su sé stesso. In pratica si è “spogliato” di tutti gli orpelli, di tutti i riflettori, di tutte le apparenze, di tutta la fama e di quelle cose inutili che si trascina dietro il “palcoscenico” per mettere in luce le sue fragilità e i suoi dubbi, per porsi delle domande cercando di darsi delle risposte, e interrogandosi su chi è realmente facendo un raffronto sulla persona che si fa vedere sicuro e spavaldo in pubblico al contrario del bambino insicuro e bisognoso di conforto in privato.
Il video riesce molto bene a dare corpo alle parole del testo sullo schermo, le scene viaggiano in sequenza e in sintonia con le strofe della canzone come, ad esempio, nel passaggio in cui si rimprovera di essere un egoista e lo si vede sdraiato sul tavolo al centro della stanza mentre pensa con le mani incrociate dietro la testa. Altro momento che trovo molto bello è quando lo vediamo mangiare solo alla tavola un pasto (tristissimo) di quelli take away e viene distratto da un’ombra dietro il velo di plastica della porta di ingresso: in questo frame è guardingo, si avvicina cauto con una pistola in mano (la agguanta solo per una questione di sicurezza) pronto a sparare per difendersi, salvo scoprire poi che è solo il postino o qualcun altro che gli consegna la posta e la butta sul pavimento. La tensione si avverte tutta, anche qui fa tanto lo spaccone ma in realtà ha paura; è un cecchino, ma al contempo è un killer che è terrorizzato da tutto ciò che lo circonda, non si fida di niente, di nessuno, nemmeno delle sue sensazioni; si sente minacciato da tutto (un controsenso se si pensa che stiamo parlando di un cecchino e quindi l’ombra, il pericolo è lui), ad essere braccato sembra più questo assassino anziché l’uomo che osserva nella villa di fronte.
Il posto in cui studia le abitudini della sua vittima è un luogo abbandonato, buio, isolato, forse fa anche abbastanza freddo, che sente addosso ancora di più quando indossa il giubbotto per prepararsi a sparargli/spararsi. In teoria dovrebbe essere un giubbotto antiproiettile, ma ho ragione di ritenere che in questo contesto assume tutt’altro significato.
Sempre a proposito di buio, avete notato che il “cecchino”/giustiziere² è sempre in ombra e invece la vittima viene inquadrata alla luce del sole (mentre è seduto sulla panchina, mentre è al telefono, mentre passeggia per strada, oppure baciato dalle lussuose luci della imponente dimora dove abita)?
Non è una chiara metafora di quel che Ernia racconta nel testo? Il sé sotto i riflettori e il sé che non lascia mai che trapeli al mondo di fuori, che nessuno conosce, che nessuno vede, che nessuno sente e che nessuno immagina (almeno fino ad oggi).
Persino l’inflessione delle strofe si diversifica a seconda di quello che sta dicendo in quel preciso istante. Nel complesso è un testo sussurrato – in fondo è una confessione, un diario, una lettera – ma in alcuni punti le strofe diventano veloci quasi a voler marcare la rabbia (mi hai promesso di cambiare, ma non rispetti i patti/vedi buio pesto, non vedi il progresso/ti fasci la testa prima che la sbatti, ti odio anche per questo) e ancora (ancora che ti annoi, compra quel che vuoi/tanto poi lo sai non basterà), di contro nella strofa che introduce il ritornello si percepiscono due tipi di sfumature: la prima parte è triste e malinconica, la seconda parte esprime felicità, liberazione, soddisfazione, si ha come una sensazione di “apertura” (tu ti senti solo, e a volte un po’ lo sei/ma quando prendi il volo, diventi come vorrei).
È un brano molto molto bello, ed è bello perché è sincero, pulito, trasparente, accompagnato da una melodia altrettanto pura e delicata. Da far piangere e commuovere come scemi.
Perché ho pianto e mi commuovo sempre come una scema quando ascolto questa canzone. Ed è la prima volta che succede e mai mi è successo in tutta la mia vita, soprattutto con un rapper. Succede anche che mi metta a cantarla tutte le volte che la ascolto con una nota un po’ più alta di Ernia e, caso più unico che raro, mi viene pure bene perché la polifonia a due voci crea un’armonia perfetta e piacevole a sentirsi (non canto mai, nemmeno quando sto da sola o sotto la doccia perché sono stonata e non mi piace il suono della mia voce).
Alla luce di quanto esposto sino ad ora con particolare riferimento alla mia considerazione sui rapper di oggi, mi sono domandata se un grande artista sarebbe in grado di emozionarmi alla stessa maniera di come ci è riuscito Ernia (stiamo parlando di Ernia ragazzi, Ernia! Vi rendete conto? Mado’… mi vergogno! Con tutto il rispetto per Ernia).
È bene precisare che quando parlo di grandi artisti mi riferisco a gente del calibro di Renato Zero, Zucchero, Franco Battiato, Riccardo Cocciante, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Luciano Ligabue, Pino Daniele, Mina, Lucio Dalla, Mia Martini… l’elenco non è esaustivo ma è per farvi capire cosa intendo quando parlo di Musica, di Cantanti e di Arte.
Ora, non posso non dire che i Cantanti citati e quelli non citati sia in passato che nel presente mi abbiano provocato e mi provochino sempre delle grandi emozioni quando li ascolto, ma se mi abbiano fatto piangere o commuovere fino alle lacrime non ricordo che sia mai accaduto; nel senso che sì, d’accordo, mi viene la pelle d’oca quando li ascolto, sento un “friccico” nel core, mi vedono compartecipe al sentimento che cantano ed esprimono ma nessuno è riuscito a smuovermi così tanto il cuore come Ernia (ribadisco: Ernia!).
Attenzione: Per te non è una canzone d’amore, almeno non come si intendono le comuni canzoni d’amore, anche se di amore parla (eccome se ne parla!) anzi, è la Canzone d’Amore per eccellenza (quello VERO e proprio).
Per questa sua semplicità e verità, è universale. Riguarda tutti.
Le classiche canzoni d’amore possono piacere o non piacere, dipende. Se sei single e stai bene così non te ne frega niente di decantare o esaltare l’amore; se sei un soggetto molto sensibile, molto appassionato, molto innamorato, molto romantico, ascolti solo canzoni d’amore che abbiano come protagonista un lui e una lei, o due lui e due lei. In ogni caso c’è una coppia.
Il testo di Ernia non ha al centro una coppia, ha al centro unicamente sé stesso. Qualcuno potrà vederci dell’egoismo, qualcun altro invece il vero amore (che non significa assolutamente anima gemella).
Poiché siamo tutti persona va da sé che, un minimo, di amor proprio dovremmo avercelo. C’è chi ne ha in maniera eccessiva, chi si pone nella giusta misura e chi non ce l’ha neppure un po’ o il minimo indispensabile che serve pe’ campa’.
Ernia si rivolge a questi ultimi: quelli che non si amano, non dico metà del pianeta ma una buona parte. E siccome questa fetta di torta ha il suo bel pubblico e il suo bel peso che fa da componente al pezzo di torta, il testo diventa un messaggio diretto a tutti quei partecipanti che determinano quell’un terzo di torta.
Non è una canzone fine a sé stessa, Per te non mette a nudo solo la voce di chi la canta, mette a nudo la voce di quella “massa” della torta che se ne sta ripiegata su sé stessa a giudicarsi e recriminare sui suoi “difetti” per tutta la vita. Per te diventa quindi la “sua” canzone. È la canzone di Tizio, Caio, Sempronio, Mevio, Filano, Calpurnio… e siccome la fila della compagnia bella è lunga, possiamo concludere affermando che questo modo di sentire/sentirci, di vedere e percepire le cose è universale.
Il video è denso di allegorie: ogni scena, ogni espressione, ogni abito, ogni azione, ogni inquadratura. È un romanzo perfetto in cui ogni dettaglio, ogni emozione è risaltata e viene descritta in maniera perfetta (e bravo ad Ernia, oh stai a vede’ che mi devo ricredere pure su Ernia) e restituisce allo spettatore in maniera efficacissima la sostanza del brano (fantastica l’ultima scena del proiettile con su inciso “per te” sparato in fronte al sé stesso, pure qui il gesto ha duplici significati).
Un accorgimento che voglio far notare ai lettori. Sto tanto a fa’ la brava pure io, a predicare bene quando invero razzolo malissimo senza rendermi conto che la prima che deve imparare a svellere i pregiudizi è proprio colei che scrive. Sono partita molto prevenuta nei confronti dei rapper, per lo meno di quelli dell’era contemporanea; è vero, c’è chi fa della cattiva musica immettendo nel mercato discografico della monnezza a servizio del Dio denaro (e in questo Manuel Agnelli mi trova d’accordo con lui) ma è anche vero che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, perché non è detto che un rapper non possa lavorare su dei testi che abbiano un certo spessore.
Affermare che ce l’abbia coi rapper non corrisponde del tutto al vero. Al contrario, penso che siano delle persone estremamente sensibili ma che, nell’esprimersi attraverso la musica, non lo facciano con la dovuta moderazione. Esempio: sono sempre tutti inc****ti e questa rabbia si sente ed esplode in maniera violenta nei testi e nel sound. Quello che viene recepito dall’orecchio di chi sta dall’altra parte è odio, razzismo (in senso largo), ribellione, sopraffazione, quando invece è tantissima frustrazione, tantissima sofferenza, tantissimo disagio, tantissima solitudine e tantissima delusione. Ecco, è come se tutto questo tantissimo non riuscissero ben a gestirlo e a conferirgli la giusta dimensione attraverso la musica (che è anche Arte, in quanto forma espressiva).
Il prodotto è una bomba atomica, con un effetto distruttivo. Nelle intenzioni c’è del buono (voglio fare una cosa che mi faccia stare bene, che butti fuori tutto il mio sfogo, che sorprenda il pubblico e che, in particolar modo, gli faccia apprezzare il mio lavoro, gli faccia dire “Wow!”), solo che nel momento in cui si “costruisce” il prodotto si è più concentrati sull’effetto e non sulle conseguenze che derivano da quell’effetto (è come dire essere concentrati sulla sorpresa ma non sulla sorpresa in sé e per sé). Il risultato diventa, per l’appunto, un disastro. Qualcosa di molto bello ha preso le sembianze di qualcosa di molto brutto, ha perso tutta la sua magia e la sua carica emotiva perché gronda collera.
Con questo brano, all’opposto, si dimostra che le cose si possono dire con la giusta dose di umiltà, di generosità, di apertura verso gli altri, finendo col riconoscersi in quella solitudine, in quella inadeguatezza e in quello sconforto di cui parla il rapper milanese, non riducendosi ad essere dei meri spettatori, fan o followers (è questo, in fin dei conti, il senso dell’Arte).
Avrei ancora tante altre cose da dire, lo farò nel prossimo post che – anticipo – riguarda una recensione.
¹ Riferito al tipo di musica e ai contenuti dei testi delle canzoni, non all’identità.
² Inteso come il “soggetto giudicante”, che giudica sé stesso e che precede l’esecutore.
Autrice : Carla Iannacone |
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Data : 10/11/25
Julia Roberts e Cameron Diaz in una scena del film Il matrimonio del mio migliore amico
Nel film di Paul John Hogan del 1997, Il matrimonio del mio migliore amico, con protagonisti Julia Roberts, Dermot Mulroney, Cameron Diaz e Rupert Everett, la scena che può definirsi più bella in assoluto è quella finale dove Julianne/Jules (Julia Roberts) e George (Rupert Everett) si divertono a ballare sulle note della canzone di Dionne Warwick (scritta dai compositori Burt Bacharach e Hal David), I Say A Little Prayer.
Al di là della storia che caratterizza la pellicola, che gli amanti del genere definiscono come commedia romantica e sentimentale, personalmente ritengo che ciò su cui si concentri maggiormente il film sia l’aspetto legato all’amicizia più che all’amore. Certo, nulla toglie che il romance è quello che sta alla base della commedia con al centro il triangolo amoroso Jules-Michael-Kimberly, ma lo strumento con cui si sceglie di raccontare la storia (che è appunto quello della commedia) contribuisce a rendere meno “mielosa” la favola d’amore a cui si sta assistendo.
Iniziamo col dire che la Roberts è una rompiscatole di primo pelo, e sarebbe davvero una di quelle “scassa cabasisi” che tutti noi siamo abituati a conoscere e ad avere a che fare se non fosse che, nei panni del personaggio di Jules, è una meraviglia di disastro.
Il fatto che non ne azzecchi una nel suo piano disperato di mandare a monte il matrimonio del suo ex, oggi suo migliore amico, con la fidanzata Kimberly, oltre a renderla una impareggiabile imbranata, ce la rende adorabile e persino solidali con lei (quante non si identificano con Julianne Potter, sentiamo un po’?); inoltre per quanto Kimmy/Kimberly possa essere una ragazza di una dolcezza infinita al confronto con Jules sta di parecchi punti in basso. Senza omettere che la Diaz e la Roberts sono davvero strepitose nell’interpretazione dei rispettivi personaggi. Ad abundantiam Rupert Everett, nel ruolo di George Downes nonché editore di Jules, è la “coccarda” di un pacchetto regalo di tutto rispetto.
(Tengo a mente questa parola: regalo, inteso non solo come dono, offerta, gesto di affetto, ma anche come regale, dal latino rēgālis: regale, reale, del re o degno di un re, divino).
Non è una coincidenza che la parola “regalo” mi sia venuta in mente pensando al personaggio di George il quale, prima di essere l’editore di Julianne, è anche –e soprattutto – l’Amico.
Per ben tre volte viene in suo soccorso nelle fasi in cui il “sabotaggio” del matrimonio prenderà delle pieghe drastiche (per Jules, ovviamente): la prima volta raggiungendola da New York a Chicago, luogo dove Michael e Kimmy convolano a nozze, fingendosi suo fidanzato su richiesta della stessa Jules per far ingelosire l’ex; la seconda volta al telefono durante un inseguimento degli sposi (lei ha appena confessato a lui di amarlo ancora, ma siccome lui ama l’altra e non intende perderla si lancia al suo inseguimento inseguito a sua volta dalla ex) e la terza ed ultima volta nella scena conclusiva del film dove Julianne, rimasta sola al tavolo del banchetto nunziale dopo che gli sposi hanno salutato gli invitati e sono partiti per il viaggio di nozze, riceve una telefonata in cui scopre che George l’ha nuovamente raggiunta da Chicago e l’ha osservata per tutto il tempo della cerimonia da un tavolo poco distante dal suo; appena s’accorge che l’amico è lì con lei, tutta la tristezza che sentiva addosso poco prima scompare, trasformandosi in note d’allegria che prende corpo in un ballo di coppia.
In questa scena vediamo sfoggiare i sorrisi più belli e più sgargianti di Julianne che si schiudono in risata e ritrovata fiducia nel futuro e in sé stessa (la sua è una vera e propria risata “liberatoria”).
Del resto bisogna comprenderla: dopo tutto quello che aveva messo in atto non è che si considerasse proprio un bell’esempio di “amica”, di “donna” e “persona su cui contare”, oltre a sentirsi molto inferiore alla sua rivale in fatto di bellezza, savoir faire, dolcezza e affidabilità. Mettiamoci poi che anche sul piano dell’onestà non è che si comporti proprio correttamente e in maniera trasparente con chi le dimostra fiducia (non solo Michael, ma famiglia di Kimberly compresa); non a caso, quando finisce di confessare a lui tutte le malefatte che ha compiuto per mandare all’aria il suo matrimonio, si definisce “il fungo che si nutre della feccia di fogna”.
“No peggio, sei il pus che infetta la mucillagine che deturpa il fungo che si nutre della feccia di fogna” risponde Michael che, riflettendo su tutto quanto sta avvenendo, aggiunge in seguito sorridendo “In fondo però ti ringrazio di amarmi così tanto”.
La scena in cui Jules confessa a Michael di amarlo, nonché quella finale con l’ingresso in pista di George, sono i frame più belli. Tutto il film contiene delle scene bellissime con dialoghi bellissimi da cui trarre spunti di riflessioni (come quella in cui George dichiara a Jules di quanto è incredibile la lucidità mentale di un pazzo geloso, oppure quando Michael dice a Jules ciò che gli ha riferito Kimmy, e cioè che se ami qualcuno devi gridarglielo e non tenertelo dentro).
È un film che rivedo molto volentieri ogni volta che viene riproposto in televisione perché, in fondo, si tratta di una storia d’amore non corrisposta (quella di Jules nei confronti di Michael), e quindi molto triste sotto questo punto di vista, allo stesso tempo questa “drammaticità” viene smorzata da una serie di azioni e comportamenti messi in atto da Julianne che, a loro volta, danno vita a situazioni comiche e grottesche. Una meraviglia di film, lasciatemelo dire, per una come me che non ama le storie d’amore strappalacrime.
Oltre ad apprezzare molto la Roberts in generale – in special modo in questo film – come dicevo prima, anche Rupert Everett ci fa la sua bella figura. È lui che dà colore alla pellicola. Non è solo colui che consiglia, la bocca della verità e della saggezza: è l’Amico, quello con la A maiuscola.
Rupert Everett e Julia Roberts in una scena del film
La parola amico torna spesso nella pellicola di Hogan. È presente nel titolo, il protagonista maschile è passato dall’essere amante ad essere amico, George è un amico, ma anche Kimberly considera Jules un’amica e vuole essere, a sua volta, sua amica.
Vi inviterei pertanto a riflettere sull’essere Amico di una persona, a non sottovalutare troppo questo (fortissimo) sentimento, a dargli più importanza rispetto all’Amore e a non mettere sempre quest’ultimo al primo posto. Anche essere amico di qualcuno vuol dire volere il bene di chi ci sta vicino e prendersi cura di lui, preoccuparsi di come sta; un bene puro, sincero, spogliato della passione, del desiderio e della gelosia.
Mi sarebbe andato molto a genio avere un compagno come George/Rupert Everett, e non solo perché è un Amico, ma per la sua enorme sensibilità e vicinanza a Julianne (c’è ancor prima che lei gli confessi che ha bisogno del sostegno di qualcuno o di una carezza che calmi le sue paure e i suoi dubbi).
Penso che anche nella vita reale Everett sia proprio così (mi viene in mente il video del singolo American Pie girato con Madonna, di cui l’attore è grande amico e lo stesso vale per Lady Ciccone), e concludo esprimendo che uno dei miei desideri è sempre stato, e continua ad essere, quello di avere un Amico gay – e sottolineo e sottoscrivo gay – come lui.
¹ Per amicizia si intende il rapporto vero, stabile e di rispetto, non le mere conoscenze
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Riflessioni |
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Data : 27/10/25
La decisione di scrivere un post che avesse come titolo La Componente Umana – poi suddiviso in quattro parti considerata la lunghezza del pezzo – è sbocciata al termine di due letture: Anima di Wajdi Mouawad e Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo.
Se la lettura del primo testo era inedita, lo stesso non può dirsi del secondo, posto che l’incontro con il Professor Bellavista avvenne con la sottoscritta molti anni fa. L’esigenza – tenete bene a mente codesta parola – di tornare alle pagine della penna partenopea è sorta a conclusione della lettura di Anima.
Si tratta di una storia tutt’altro che banale, sciatta o noiosa. In realtà non saprei come definirla.
Sono venuta a conoscenza di questo autore, di origine libanese naturalizzato canadese (oggi vive e lavora a Montréal, ma in passato ha vissuto anche in Francia emigrando dal suo paese natio quando aveva dieci anni a causa dello scoppio della guerra in Libano), grazie ad un gruppo di lettura francofono all’interno del quale, una volta al mese, ci si riunisce e si discetta di opere letterarie appartenenti a scrittori/scrittrici che hanno avuto o che hanno un legame con la Francia. In uno di questi incontri, tra essi, fu sorteggiato Mouawad di cui sino ad ora ho letto solo Come gli uccelli, un’opera teatrale, e Anima.
Ambedue i libri hanno avuto il mio grandissimo apprezzamento. Due testi davvero spiazzanti, Anima in particolar modo.
Il romanzo si apre con il cadavere di una donna, trovata riversa a terra in una pozza di sangue dal marito di ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Obiettivo dell’uomo è scoprire chi è stato ad assassinarla; da qui parte una ossessiva caccia al killer che lo porterà a percorrere un lungo viaggio che toccherà le terre della Florida, della Georgia, del Kansas, dello Iowa, del Kentucky, sino ad arrivare alle gelide riserve indigene del Quebec dove verrà a galla un terribile segreto sulle sue origini. Tenete a mente anche quest’altra parola. Terribile.
L’originalità di questo romanzo è data dal punto di vista di chi racconta. Il narratore, infatti, non è uno solo. E non è nemmeno un uomo o una donna come siamo abituati a pensare nel nostro immaginario collettivo quando ci troviamo a leggere un libro. I narratori sono gli animali.
Il viaggio di Wahhch Debch (con insite vicissitudini annesse), questo il nome del marito della vittima, è raccontato attraverso gli occhi degli animali che incontra durante il suo percorso/indagine sull’omicidio. Così, se la prima scena della storia – quella del ritrovamento del cadavere – viene introdotta da un gatto, le successive “tappe” (alias capitoli) del romanzo verranno raccontate ora da un cane, ora da una vespa, poi da una mosca, poi da un coniglio, a seguire da un asino, una larva, un cavallo, un topo, un boa constrictor, un orsetto lavatore, un corvo, un gabbiano ecc.
Non voglio rovinarvi il piacere della lettura (che mi ha lasciato in bocca un sapore pessimo, orribile, crudo, ferroso come il sangue sparso in quantità smodate) che consiglio in maniera spassionata, un testo che tutti – soprattutto i regnanti di uno Stato – dovrebbero leggere anzi, ne consiglierei addirittura l’introduzione come testo obbligatorio nelle scuole nell’ora di educazione civica e di religione; quello che posso dirvi è che ciò che ho visto, ho ascoltato, ho vissuto, ho percepito in questo libro è un’atrocità inaudita che nessun animale o bestia al mondo, ad eccezione dell’uomo, è riuscita e riesce tuttora a compiere nei confronti del proprio simile. E l’amara verità che emerge è una sola, e cioè (per riprendere le parole contenute nella sinossi della seconda di copertina) “il cielo non ha visto niente di più bestiale dell’uomo”.
Persino gli animali, anche quelli più pericolosi, che ci consegnano la storia narrandola in prima persona sembrano sbalorditi da tanta ferocia umana.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: in questo mondo non c’è niente di umano. La componente umana è del tutto destrutturata. Nemmeno. Non esiste nessuna componente. Non esiste nessun sentimento che abbia a che fare con l’amore, la tolleranza, la compassione, la pace, la comprensione. Niente. Solo ferocia e brutalità. E se esiste un sostantivo o un aggettivo per definire ciò che è “oltre” la ferocia e la crudeltà, è quello a cui mi riferisco quando parlo del Male a cui ho assistito in queste pagine.
Il Male messo in atto dall’uomo, non dall’animale o dalle bestie. Un Male che ha davvero dell’incredibile.
La traduzione di Antonella Conti ha fatto il resto, anzi è un valore aggiunto all’opera – che l’autore ha impiegato dieci anni a scrivere – restituendomi delle immagini e delle scene così vivide e forti che, in alcuni passaggi, mi impedivano il prosieguo della lettura.
Il romanzo si chiama Anima, ma nel testo l’unica cosa che possa ricondurre all’anima è solo ed esclusivamente la disperata ricerca di questa componente emotiva e spirituale di cui i personaggi sono del tutto sprovvisti.
Fatta questa dovuta e lunga premessa, approssimiamoci al motivo per cui ho deciso di pubblicare in quattro capitoli la storiella della Componente Umana. Voglio augurarmi che l’abbiate compreso da soli qual è la ragione, e se non l’avete capita ve la spiego.
Dopo essere riemersa dalle profondità di Anima dovevo ritrovare, giustappunto, la mia componente umana (che, confesso, s’era disgregata nella sua truculenta gita verso il Quebec). Ora, è a voi risaputo che per farlo – ma anche per consigli, scambio di opinioni, suggerimenti o altro – mi avvalgo del sostegno di Luciano De Crescenzo, che ha sempre una buona parola per tutto e funge da lenitivo per letture “forti” come quella che avevo appena terminato di leggere.
Non è un caso infatti che nel post abbiamo toccato vari argomenti (in verità è stato lui a toccare perché io non ho toccato niente, il “molestatore” è lui e se non l’ho mai denunciato all’ Autorità Giudiziaria è solo perché gli voglio bene e lui lo sa e se ne approfitta) che spaziano dall’amicizia, dal Potere, dal Bene, dal Male, dall’Amore, dalla violenza, dal piacere, dal peccato, dal cibo e così via. L’ho fatto un po’ perché sollecitata dalla rilettura delle sue opere (che mi stimolano sempre il Pensiero) e poi per un altro motivo fondamentale visti i tempi cupi che stiamo vivendo, in particolar modo il dramma che sta investendo la Palestina (non è ancora finita ragazzi, stiamo in allerta).
Ma se proprio vogliamo essere puntigliosi, pidocchiosi, scassac*****ni eccetera, mettiamoci pure un altro motivo, chiaramente desumibile dal contenuto del post: quello di sforzarci (sino a farci venire le emorroidi) di essere tutti più gentili col nostro vicino. È uno sforzo che dobbiamo fare tutti, non chi sì e chi no, altrimenti non si vince. E badate bene che la posta in palio non è un premio in denaro o un salto di carriera (ma lo avete letto bene il post?) o chissà quale altra corbelleria. In palio c’è l’Amore. E un posto migliore dove vivere.
Se la guerra la facciamo prima ancora al nostro collega, al nostro parente, ad un nostro conoscente, al nostro amico, al vicino di pianerottolo, all’amministratore di condominio non ci meravigliamo poi delle guerre che scoppiano in Medio Oriente o in Ucraina o in qualsiasi altra parte del globo terrestre.
Se non ci comportiamo bene tra noi, e con il dovuto rispetto, non passiamo dopo il tempo a lamentarci di quanto è puzzoso Tizio che pareva tanto una persona perbene e poi ci ha voltato le spalle.
Non aspettiamo che siano sempre gli altri a dire “Buongiorno”, “Grazie”, “Mi scusi”, “Permesso”, “Come va? Lo vuoi un caffè?”, “Stai bene?” e così via. Siate voi i primi a salutare, a chiedere scusa, a chiedere permesso, ad aprire una porta, ad aiutare una signora anziana col carrello della spesa, ad alzare il telefono a vedere come sta la persona che non sentite da tanto tempo.
Si arriva alle Grandi Cose con le Piccole Cose, ma se vi rifiutate di fare le Piccole Cose perché poi vi stupite tanto che sia ancora possibile la guerra e il genocidio nel 2025?
So già cosa avranno pensato molti di voi quando hanno scorso il video che correda questo post: ma perché partiamo bene per poi finire sempre a tarallucci e vino? Che c’entra mo’ Gigi Proietti, il Gigante dello spettacolo, della televisione, del cinema e del teatro italiano, con il suo Num me rompe er ca’ se stamo a parla’ de ‘na cosa seria?
Che volete che vi risponda? I Grandi Maestri c’entrano sempre, soprattutto quando si tratta di dare delle risposte alle grandi domande della vita. Ma secondo voi, pensate che chi scrive non c’ha voglia di mandare affancina qualcuno (veramente più di uno) durante l’arco della giornata perché l’ha fatta arrabbiare tanto da farla fumare più dei comignoli di tutti i condomini de Roma Capitale? Credete che non mi va di insultarlo? Di offenderlo più di quanto non mi abbia offeso lui? Pensate che se dico “buongiorno” o “buonasera” a quello che ha appena attraversato il corridoio delle scale che manco mi ha visto e quando mi ha visto ha pure voltato la testa facendo finta di niente, è perché nun c’ho un ciufolo da fare? Oppure se mi metto a raccogliere la roba di qualcuno per strada perché se l’è persa e ci tengo a riconsegnargliela, sono una povera ingenua e scema? Ancora, se qualcuno distrattamente mi urta nel supermercato, e mi chiede scusa, io mi metto a fare a botte o a rispondergli in malo modo solo perché mi ha sfiorato e io sono infastidita dal suo tocco perché ho passato una giornata schifosa? Se un tizio al volante non ha rispettato il segnale di precedenza mi metto a strombazzargli solo per il gusto di far sapere a tutti che è in torto mentre io ho ragione? Se mi scappa la pipì e passa avanti nella fila per il bagno un signore un po’ in là con l’età gli faccio notare che c’ero prima io mettendomi a fare una sceneggiata davanti a tutti?
I casi sono tanti… Questi sono i più banali, di routine quasi, i primi che mi vengono in mente ma per dirvi che la gente non è disposta a tollerare più nulla. Né la compagnia, né le chiacchiere al bar o in pizzeria (stanno tutti coi musi affondati nello schermo dei cellulari), né il confronto, né l’incontro, e manco le telefonate (eh già, che genialata questa invenzione di whatsapp che puoi mandare messaggi senza la rottura di c******i delle chiamate!).
Parlate tanto di solidarietà, agognate tanto alla democraticità, alla libertà di espressione e di pensiero (quali espressioni? Quelle denigratorie per far vedere che ho sempre ragione io? Quale pensiero, se non vi sforzate più a pensare nonostante vi hanno dotato di cervello?), ma per cosa? Per pensare solo a stare bene voi stessi? Ma non avete ancora capito che per stare bene con se stessi bisogna esser ben disposti anche con gli altri? È un principio fisico, ma anche basilare e dei più banali (se lo capisco io che non ho mai capito una mazza di fisica al liceo, figuriamoci se non lo comprendete voi!): “Ad ogni azione corrisponde una reazione”.
Ergo, se mi comporto bene con una persona avrò in cambio lo stesso corrispettivo; di converso, se mi comporto male riceverò in cambio la stessa moneta. Quale sarà il risultato? Io ho fatto del male a te, tu hai fatto del male a me, ce ne siamo detti di tutti i colori, ci siamo allontanati, oggi non siamo più amici perché neanche ci salutiamo più, e siamo rimasti tutti e due soli. Cosa ne abbiamo ricavato, se non un fegato corroso dalla bile e frustrazioni? Ci siamo per caso arricchiti? Abbiamo guadagnato qualcosa, oppure abbiamo perso entrambi qualcosa?
Il vero problema è la cattiva abitudine di guardare sempre i difetti degli altri, di stare sempre lì a recriminare, consapevoli che quei difetti sono anche i nostri difetti. Il pensiero è sempre questo: “Lui/lei ha questo vizio e non vuole cambiare, mentre io invece non sono così”. Ma perché tu (tu, lettore) come sei? Non credo che tu sia perfetto, magari non avrai il vizio del tuo compagno ma ne avrai sicuramente tanti altri che anche per lui sono difficili da tollerare. E poi perché deve cambiare per te, tu cosa fai per cambiare o cosa sei disposto a fare per migliorare la vostra relazione?¹
Riassumendo: vogliamo tutti un mondo migliore, la pace del mondo, la pace dei sensi… però, sai che c’è? Io continuo a pensare al mio bene, alla mia famiglia, ai miei figli, ai miei nipoti, al mio status sociale e degli altri chissenefrega, so' ca*** loro. E poi ci stupiamo della guerra che imperversa sul pianeta Terra?
Non sto dicendo che sia una cosa semplice, oggi più di ieri è difficile mostrarsi generosi con il prossimo (lo dice una che ha preso tante bastonate dalla vita e continua a prenderne ogni giorno e dalle persone che meno si aspetta, ma così è la vita). L’unico desiderio che ti assale è quello di lasciar perdere tutto, di non curarsi di niente e di nessuno, uscire con la borsa e le tasche piene di coltelli, pistole, pugnali e lanciaghi al veleno invece del portafoglio, il cellulare, i documenti, le sigarette, l’accendino e i fazzoletti di carta per quanta rabbia hai in corpo e voglia di sputare in faccia chiunque ti capiti a tiro; poi però penso che non è solo un mio stato d’animo, perché quello che provo e che sento è quello che prova e che sente anche quello che sta di fronte a me. Chissà che giornata di cacca avrà passato, chissà quali sono i suoi problemi, i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue aspettative, magari nel mio piccolo mondo posso ritenermi più fortunato di lui perché chissà che sciagura sta fronteggiando in questo periodo.
Ripeto: non è semplice. È un compito molto, molto, molto arduo pensare con la testa dell’altro e agire di conseguenza, modificando la traiettoria delle azioni e delle parole. È un po’ come essere vigili alla guida, leggere i cartelli, i semafori, le indicazioni stradali ed evitare lo scontro.
È come andare in palestra. “Ehhh ma non c’ho voglia di fatica’ oggi!”. Eh, e invece devi faticare.
È come mettersi a dieta. “Per la barba di Merlino, io c’ho fame! Ma voglio pure avere il fisico di Dua Lipa”. Ma se non ci metti la buona volontà, avoglia a diventà Dua Lipa.
Oppure un dente che duole. “Ohi, me la sto a fa’ sotto al solo pensiero che devo andare dal dentista”. Ma se non ti costringi ad andare il dente ti dolerà sempre ed avrai pure aggravato il problema.
So’ “rogne”. So’ tante “rogne” ma non tutte le rogne vengono per nuocere. Non andate in chiesa per far vedere che siete persone caritatevoli quando siete i primi a sparlare e a restare indifferenti al dolore del prossimo, o ad avere dei pregiudizi nei confronti di chi è diverso da voi. Non vi lavate la coscienza chiedendo perdono a Dio (che poi bisogna pure vede’ se esiste questo fantomatico Dio oppure no) e poi fuori dalla casa del Padre ricominciate a fare peggio di prima. Non è necessario essere cristiani, musulmani, buddisti, taoisti, per essere delle brave persone e comportarsi correttamente con il proprio vicino (lo dice una miscredente convinta che non ricorda più quando è stata l’ultima volta che ha ascoltato messa o ha ricevuto “il corpo di Dio”). Ci vuole ben altro, qualcosa di più grande, qualcosa di più importante.
Quella per salvare l’umanità è tosta, perché richiede un impegno universale ma, soprattutto, corale (dal latino cor=cuore). Metteteci il cuore, dunque, quando fate delle cose e quando dite delle cose.
Per allenarlo leggete, non per forza De Crescenzo, anche altri autori. Viola Ardone, Elena Ferrante, Ilaria Tuti, Chimamanda Ngozi Adichie, Antonella Lattanzi, Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Stefano Benni, Cormac McCarthy, Raymond Carver, Lorenzo Marone, Pierluigi Cappello, Paulo Coelho, Isabel Allende…
E se proprio non vi va di leggere, recatevi almeno a teatro. Sarà come sfogliare un libro, solo che al posto di leggerlo voi saranno gli attori a leggerlo per voi. Però leggetelo, fatevi compenetrare dalle parole, dal testo, dalla mimica di chi sta sul palco e che si sta offrendo a voi, dal con-testo. Non prendete la scusa di andare a teatro per chiacchierare con chi vi sta al fianco (commenterete e vi confronterete a fine spettacolo) o per sfoggiare l’ultimo visone di Louis Vuitton (ripeto: avete letto il post?).
Per tornare al Gigante Proietti, voglio aggiungere un’ultima cosa. Fermo restando che la nota canzonicina è ormai la colonna sonora (e portante) della vita di ognuno di noi – e se vede, fatemelo di’ – ce l’ho messa sì come “anteprima” di questo post, ma per ribadire che nun me rompe er ca’ lo dico addirittura al pavimento appena sveglia la mattina quando metto i piedi giù dal letto, ma che dico al pavimento! Alle lenzuola prima ancora di dirottarlo al pavimento e poi come “gentile” vaffa alle persone; alla fine invece va a finire sempre che ci ripenso per le ragioni che ho esposto sopra. E perché essere cattivi con la gente non conviene né a me né a voi, come non conviene a nessuno.
Per tutti questi motivi, datevi da fare.
Fatevele venire queste emorroidi a furia di uno sforzo oggi e uno sforzo domani. Sforzatevi (e spingete) tutti insieme.
E nun rompete er ca’.
¹ Intesa come relazione di coppia ma anche come relazione professionale, di amicizia o conoscenza
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Riflessioni |
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Data : 20/10/25